L’uomo sulla luna

Che dire di William Joyce? Il suo L’uomo sulla luna è un piccolo gioiello. Lo stile ricorda vagamente Georges Méliès, non trovate?















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Cenere’ – seconda parte

Intanto, all’interno del cocchio, Cenere’ percorreva la riviera.
Sul golfo le lampare dei pescatori si specchiavano sul mare, confondendosi con le stelle. Il cuore gli batteva forte e pensava alla sua bella. Cosa le avrebbe detto? Come si sarebbero guardati? L’avrebbe riconosciuta al primo sguardo, ne era certo.
La carrozza giunse alla Reggia dei Portici e attraversò veloce il parco che la circondava. Il palazzo si ergeva lì, di fronte a lui, illuminato a giorno sotto l’ombra maestosa del Vesuvio. Cenere’ fece la sua entrata al suono di una marcia trionfale.
Nella sala da ballo scandagliò febbrilmente i volti dei presenti. Incontrò lo sguardo stupefatto della matrigna e dei fratellastri, ma non prestò loro attenzione. Poi la folla si aprì e improvvisamente la vide.
Le andò incontro, un leggero inchino e la domanda di rito: «Permette questo ballo?» Lei annuì.
Tutto era un sogno romantico e perfetto, poi la ragazza iniziò a parlare, e il sogno finì.
«NON stringetemi troppo, o mi rovinerete il vestito. NON toccatemi i capelli, o mi cadrà la parrucca. NON fatemi ridere, o mi colerà il rossetto. NON fatemi piangere, o mi verranno le rughe. NON…»
Santi Pietro e Paolo! Non le andava bene nulla.
Cenere’ tentò un paio di volte una conversazione, ma fu tutto inutile. Ogni frase venne troncata sul nascere da una sequela infinita di NON NON NON.
Non erano ancora le undici che il ragazzo vide bene di salutare la sua ballerina e prender commiato.
In carrozza percorse la via del ritorno con un senso di smarrimento nel cuore. Possibile si fosse sbagliato così platealmente? Per tutto il tempo aveva fantasticato su quanto sarebbe stato felice se avesse incontrato quella fanciulla. Non aveva mai considerato l’eventualità che le cose non funzionassero comunque.
Non potrebbe andare peggio, pensò.
Fu in quel momento che uno scossone lo mandò a gambe all’aria.
Frastornato il ragazzo si affacciò al finestrino: sulla via Oliviero inseguiva a carponi una gattina e la carrozza pendeva con una ruota in una buca.
«Che succede mio signore?» disse una voce dal fondo della via.
Cenere’ si voltò. Un uomo con un cappello a tesa larga calato sul volto avanzava verso di lui.
«Temo il mio cocchiere mi abbia abbandonato.»
«Lasciate che vi aiuti.» Con un abile gesto delle braccia vigorose, lo sconosciuto raddrizzò la ruota pendente. «Stavate andando a Teduccio?»
Cenere’ annuì.
L’uomo col cappello balzò a cassetta. «È meglio vi accompagni, non è prudente viaggiare soli a quest’ora.»
Cenere’ provò a protestare, ma l’altro già dava di frusta ai cavalli. In pochi minuti la carrozza fu a destinazione e il ragazzo ne discese.
«Permettete vi offra qualcosa per ringraziarvi» disse.
L’altro scosse le mani. «Non voglio nulla.»
«Insisto.»
Cenere’ accompagno l’ospite in cucina. Lo fece accomodare accanto al camino, ravvivò la brace e dalla credenza recuperò una bottiglia di rosolio e due bicchierini in vetro di Venezia. L’uomo continuava a tenere il cappello calato sul volto, ma non appena Cenere’ voltava lo sguardo ne approfittava per guardarlo di nascosto.
«Qual è il vostro nome?»
«Mi chiamano Cenere’.»
Il forestiero scoppiò a ridere. «Non potete chiamarvi davvero così! Nessuno può chiamarsi così. Intendo il vostro vero nome.»
Cenere’ sorrise amaramente. «Se ho altri nomi, non li rammento. Dopo la morte di mio padre, pace all’anima sua, è l’unico modo in cui chiunque si sia rivolto a me.»
L’altro rimase in silenzio per qualche secondo ed entrambi sorseggiarono dai rispettivi bicchieri.
«Chiunque?» proseguì poi lo straniero.
«La mia matrigna e i suoi due figli,» spiegò Cenere’ «mi hanno assunto come uomo di fatica.»
L’uomo con il cappello a tesa larga gli lanciò un’occhiata fugace e si schiarì la voce.
«Oh, dubitate per via degli abiti eleganti?» disse Cenere’. «Questi sono il dono di un’amica. Il sogno infranto di una notte. Volevo andare a ballare…»
«Vi piace danzare?»
Cenere’ strinse le spalle. «Forse. Non lo so. Lo ignoro. Non ho trovato la ballerina giusta, diciamo così…»
L’altro scoppiò di nuovo a ridere e con uno scatto si levò.
Gli porse la mano. «Se è tutto qui, ballate ora con me. Sono un ballerino provetto!»
Il padrone di casa strabuzzò gli occhi. Forse c’erano andati un po’ troppo pesanti con quel rosolio!
L’uomo col cappello a tesa larga, tuttavia, non attese risposta. Cogliendolo alla sprovvista lo afferrò per il polso, lo alzò e gli cinse la vita.
«E così vivete con la vostra matrigna e i suoi due figli?» gli chiese, ondeggiando sinuosamente.
Cenere’ tentennò il capo.
«E non ricordate il vostro nome?»
Annuì di nuovo.
«E tutti vi chiamano Cenere’?» proseguì quella voce, improvvisamente così familiare.
Cenere’ trattenne il respiro.
La tesa del cappello si alzò rivelando un bel volto barbuto che sbocciò in un sorriso. «È una storia un tantino assurda. Non starai prendendomi in giro, Paolo?»
Una terrazza inondata di sole. Due scugnizzi inzaccherati di terra dalla punta dei capelli a quella dei piedi.
«Sarai il mio migliore amico per sempre, anche se sarò lontano, non è vero Paolo?»
«Sì, ma tu un giorno tornerai, e allora non ci lasceremo mai più, ricordalo…

«MARIO?»
Poi Paolo retrocesse di un passo, l’orologio iniziò a battere la mezzanotte e il mondo andò sottosopra.
Aprì gli occhi. Il volto di Mario, il suo amico d’infanzia, lo scrutava con aria preoccupata, chino su di lui.
«Ti senti bene?»
Paolo si guardò attorno. Era steso sul pavimento con un cuscino sotto il capo. Sollevò il busto puntellandosi sui gomiti. «Mi manca una scarpa!»
Mario sospirò. «E te ne accorgi solo ora? È da quando sei sceso da quella carrozza che vai a zonzo con un piede scalzo e l’altro con una scarpa, ehm, discutibile. E poi di botto ti ricopri di stracci.»
L’amico strizzò gli occhi. «In effetti mi sento un po’ confuso.»
«Non dirlo a me!» Mario lo aiutò a rimettersi in piedi. «Si è rotta una trave del pavimento e sei scivolato.» Gli porse un involto di carte. «Guarda, c’era questo sotto.»
Paolo aggrottò la fronte e srotolò la carta. Sebbene rosicchiato negli angoli, il documento era ancora perfettamente leggibile.

Napoli, 20 marzo 17**

Io sottoscritto Aurelio Giorgio Ruggieri nel pieno delle mie facoltà mentali nomino il mio adorato figlio unigenito Paolo Aurelio Ruggieri unico erede universale di tutti i miei beni.
Nascondo una copia di questo documento sotto il pavimento della cucina della mia dimora, perché temo la mia sciagurata seconda moglie, in combutta con il notaro, stia avvelenandomi per appropriarsi del mio patrimonio.

In fede,
Aurelio Giorgio Ruggieri

Le mani di Paolo tremavano visibilmente. No, non per l’intrigo della matrigna o l’improvvisa ricchezza…
«“Adorato”! Guarda Mario, c’è scritto proprio “A-do-ra-to”! Leggi anche tu.»
Per tutta la vita Paolo aveva vissuto con il costante monito del proprio nomignolo a ricordargli l’affetto mancato del padre.
Cenere’.
Lo sporco di cenere.
Il non voluto.
Ora, l’amore del genitore perduto, era lì sotto i suoi occhi, vergato nero su bianco in un prezioso aggettivo e un nome ritrovato.
«I-io, sono così felice, che credo ti darò un bacio, Mario!»
E senza preavviso, Paolo si lanciò al collo dell’amico e gli diede un bacio sulla bocca.
E che sorpresa quando si avvide che l’altro ricambiava. E con evidente piacere anche!
Con le guance in fiamme si staccò da lui.
Si guardarono con la coda dell’occhio e scoppiarono a ridere.
«Baci da schifo» rise Paolo.
Mario lo abbracciò.«Riproviamo allora.»
Si baciarono ancora. A lungo, stranamente a lungo. Meravigliosamente a lungo.
Poi si scostarono leggermente, rimanendo l’uno nelle braccia dell’altro. Paolo nascose il visto nel collo del compagno. Profumo di limone e affetto ritrovato.
«Allora la storia della matrigna è vera?» chiese piano Mario.
Paolo annuì.
«E non ricordavi chi fossi?»
L’altro fece di nuovo sì col capo.
«E tutti ti chiamavano C…»
Paolo non gli permise di pronunciare il nome. Gli serrò le labbra con un nuovo bacio, e poi un altro, e un altro, e un altro, e un altro…

***

Le prime luci dell’alba illuminarono la baia del golfo di Napoli.
Al parco de la Reggia dei Portici era un via e vai di carrozze. I signori della città avevano folleggiato per tutta la notte e ora ritornavano ai loro letti caldi. In un cocchio dorato una donna, i suoi due figli e una fanciulla dai capelli biondi discutevano animatamente.
«Sarà un matrimonio magnifico!» esclamò la matrigna.
«NON vedo come potrebbe essere altrimenti» replicò la bionda.
«Siete certa di non voler maritare uno dei miei figli qui presenti?» chiese ancora l’altra.
«NON ci penso nemmeno» ribadì la ragazza.
«In questo caso è meglio partire» sospirò la donna.
«NON vedo l’ora…»
La matrigna fece per chiamare il cocchiere, ma una tizia in sottana azzurra e con un bizzarro cappello a cono si affacciò al finestrino.
«Ché siete voi la madre di Paolo Aurelio Ruggieri? Il giovanotto che ha ballato tutta la sera con questa ragazza?» chiese la sconosciuta.
La matrigna la guardò con sospetto.
«NON rispondete?» chiese la fanciulla.
La donna annuì. «Sono io.»
La sconosciuta le passò una scarpa di cristallo. «Riportategli questa, se l’è persa quell’ingrato.»
La matrigna sorpresa afferrò la calzatura e se la mise in grembo.
Cosimo sbuffò. «E così Cenere’ ha trovato qualcuno disposto ad amarlo.»
«NON lo credevate possibile?» chiese la bionda.
«Io ne ero certa» disse la donna in azzurro.
Carmine digrignò i denti. «E molto presto diventerà ricco assai.»
«NON ci sono dubbi» sentenziò la fanciulla.
«Lo credo anch’io» disse l’azzurra.
La matrigna sorrise melliflua. «E domani sposerà questa bella guaglioncella.»
«NON c’è altra scelta» confermò la ragazza.
«Io non ci giurerei» replicò la sconosciuta.
Tutti la guardarono.
Quella sorrise loro e senza replicare si allontanò.
La fanciulla bionda si spose dal finestrino urlando come una pazza. «NON capisco cosa vogliate dire. NON sono forse magnifica? NON potete andarvene, tornate qui…»
«Ho staccato a mezzanotte, signo’!»

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Cenere’

Napoli 17**

C’era una volta nella città di Napoli un bel giovane che tutti chiamavano Cenere’.
Il suo vero nome era un altro, ma lui non lo ricordava. Molti anni prima, la sua matrigna si era appropriata del patrimonio del defunto padre del ragazzo. Carmine e Cosimo, i due figli della donna, avevano emarginato il fratellastro che ben presto si era trovato a far da servo nella propria dimora.
Ogni giorno, ancora bambino, Cenere’ venne costretto a ogni tipo di lavoro pesante. Tra le tante mansioni era suo compito pulire i quindici camini che riscaldavano la casa. Come potete immaginare si sporcava continuamente di cenere da cui il parentado coniò l’odioso soprannome.
Inutile dirlo, lo sfottò mise radici, la gente iniziò a ripetere il nomignolo e il bimbo a dimenticare chi fosse. Ciò nonostante, Cenere’ crebbe buono e gentile, perché anche nel nero più nero del carbone, quello della miseria, egli continuava a sperare in un futuro migliore.
Passarono gli anni.
Un giorno il nostro amico, ormai giovane uomo, si recò a Piazza del Mercato a fare provviste. Su di una carrozza dorata vide passare di sfuggita una bella fanciulla dai capelli biondi.
«Cenere’, quella non è roba per te» gli strillò Vito il pescivendolo.
Ma lui rimase incantato. La felicità, pensò, è sentirsi dire “Ti amo” da quella creatura.
Con la testa tra le nuvole seguì la carrozza e non si accorse dell’uomo con il cappello a tesa larga che lo pedinava.
La settimana seguente, Cenere’ trovò tra la posta di famiglia un invito al ballo che si sarebbe tenuto a la Reggia dei Portici la sera della festa di San Gennaro. Subito il ragazzo pensò che la bella sconosciuta sarebbe stata certamente presente e chiese alla matrigna il permesso di partecipare al ricevimento.
«Grazie, ma sono certa che ci sarà già qualcuno per lavare i piatti e spazzare» rispose la donna.
«Ma io voglio ballare!» protestò Cenere’. «Faccio parte della famiglia.»
«Se nemmeno tuo padre in punto di morte si è ricordato di te!» rise suo fratello Cosimo.
«Non fosse per noi saresti per strada a morire di fame» gli diede man forte Carmine
«Non c’è nessun testamento, guaglio’, ricordalo! Non c’è nessun testamento» concluse la matrigna.
Cenere’, a quelle parole, sparì in cucina.
La sera della festa era così abbattuto che si accoccolò accanto al camino con Oliviero, il suo vecchio gatto, raggomitolato in grembo. Due grosse lacrime gli rigarono le guance sporche di cenere.
«Non crederò mai più» disse a voce alta.
«Sì, invece» ribatté qualcuno.
«Non ci riesco» ribadì lui.
«Ho detto di sì» insisté la voce.
«Io non posso…»
Una mano piccola e forte gli rifilò uno scappellotto sulla nuca.
«Guaglio’, se dico che puoi, puoi! Non essere screanzato.»
Cenere’ alzò il capo. Una donna in sottana azzurra e cappello a cono lo osservava con aria curiosa.
«E tu chi sei?»
«La tua Effèmmecìtidì.»
«La mia Eff… cosa?»
La donna sbuffò. «La tua Effèmmecìtidì: Fata Madrina con Contratto a Tempo Determinato.»
Lui boccheggiò. «Con contratto a tempo indeterminato non c’erano?»
«Nemmeno la magia arriva a tanto!» La fata gli mollò una pacca sulla spalla. «Jamm bell’, dobbiamo sbrigarci se vuoi arrivare in tempo al ballo.»
Cenere’ crollò la testa. «Oh, sei qui per questo? Io non posso andare.»
La fata gli rifilò un secondo scappellotto. «Ancora questo non posso!»
Senza aggiungere altro, la madrina lo prese per mano. Lo trascinò prima in cantina, dove recuperò una trappola con quattro topi, e poi nell’orto, da cui colse una zucca matura. Seguita a ruota dal figlioccio e Oliviero, che sperava i uno spuntino topesco, si recò infine sul vicolo prospiciente l’abitazione.
Comare Carmela, la vicina di casa, stava alla finestra. «E quella chi è, Cenere’?»
Il ragazzo si torse le mani. «La mia zia di Roma.»
La fata gli rifilò un terzo scappellotto. «Ma quale zia! Sono la sua fata madrina.»
«Allora dovete salire da me, signora fata, che tengo la rata della cambiale da pagare e bisogno d’aiuto assai» disse comare Carmela.
La fata si toccò il polso. «Stacco a mezzanotte signo’.»
«Iii… c’è tempo, c’è tempo» rispose la donna.
Ma la fata non le diede retta. Dalla manica estrasse un cembalo dorato e cominciò a saltare qua e là al ritmo di una gioiosa tarantella.

Zucca e topi,
topi e zucca
che diventino carrozza.
Topi e zucca,
zucca e topi,
con cavalli per trainarla.
Tiri tera,
tarantella
la mia frase fortunella,
canta e balla insieme a me
viva viva Cenere’!

A quelle parole la zucca crebbe a dismisura e suoi tralci allacciarono il collo dei roditori nella gabbia. E in un batter d’occhio, vegetale e roditori non furono più tali, bensì uno splendido tiro a quattro.
«Mii… quant’è brava ‘sta fata» strillò a quello spettacolo comare Carmela.
La finestra della casa accanto si spalancò e comare Assunta si affacciò. «Che è ‘sta caciara?»
«La fata è venuta a fare la grazia a Cenere’» spiegò la vicina.
«Allora dovete salire da me, buona fata, che tengo il dente cariato e bisogno d’aiuto assai» pregò comare Assunta.
La fata si toccò il polso. «Stacco a mezzanotte signo’.»
«Iii… c’è tempo, c’è tempo» risposero le due donne in coro.
La fata, sempre impassibile, tornò ad agitare il cembalo magico.

Baffi e gatto,
gatto e baffi
un cocchiere per la zucca
Gatto e baffi,
baffi e gatto
per guidare la carrozza.
Tiri tera,
tarantella
la mia frase fortunella,
canta e balla insieme a me
viva viva Cenere’!

La magia si ripeté. Un brivido percorse Oliviero dalla punta dei baffi a quella della coda e le sue membra si allungarono. Non fece tempo a fare miao che si ritrovò cocchiere con tanto di livrea e frustino.
Nel frattempo tutte le donne del vicolo si erano affacciate ai balconi e assistevano alla scena stupefatte. Come in precedenza commenti e richieste d’aiuto si sprecarono.
«Ho i calli… Le macchie d’umidità sui muri… il figlio che marina la scuola…»
«Stacco a mezzanotte, signo’» rispondeva la fata.
«Iii… c’è tempo, c’è tempo» replicavano insieme le donne.
Poi, per l’ultima volta la madrina alzò il cembalo fatato.

Fibbie e tacchi,
tacchi e fibbie
per ballare fallo bello.
Tacchi e fibbie,
fibbie e tacchi
con scarpette di cristallo.
Tiri tera,
tarantella
la mia frase fortunella,
canta e balla insieme a me
viva viva Cenere’!

Questa volta furono gli abiti di Cenere’ a cambiare. In un profluvio di luce il nostro eroe si trovò ricoperto d’oro, con un cappello piumato sul capo e scarpe di cristallo ai piedi.
Il ragazzo guardò le nuove calzature e storse il naso.
La fata alzò la mano pronta a colpirlo. «Ue’ nu pazzia’! Dove le trovo scarpe normali con le fette che tieni?»
Le comari, dalle loro postazioni, si sentirono in dovere di rassicurare il vicino.
«Cenere’, tu sei nu bello gualione… Pari proprio nu babba’… Puoi venire a fa l’amore da Concettina, se porti la fata…»
Ma la madrina scosse la testa. «Deve recarsi al ballo e incontrare il suo vero amore.»
Cenere’ baciò la sua benefattrice sulla guancia per ringraziarla e montò in carrozza.
La fata si aggrappò al finestrino. «Ah, ricordati che…»
«Sì, sì, lo so, stacchi a mezzanotte» concluse Cenere’.
L’altra annuì. «Al dodicesimo rintocco la magia finirà con un botto» predisse.
Il ragazzo non si lamentò, era più di quanto avesse sperato. Salutò l’ Effèmmecìtidì un’ultima volta e diede infine segno a Oliviero di partire.
Un secondo dopo un uomo con un cappello a tesa larga bussava alla sua porta, ma nessuno rispose.

Continua…

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Le scarpine rosse

Rossellina era una bimba molto dolce, con bellissimi occhi azzurri, morbide guance rosate e magnifici capelli biondo rame della sfumatura che gli artisti amano dipingere. Sua madre era morta il giorno in cui la piccola era nata, ma sua nonna si prendeva cura di lei con tanta tenerezza che Rossellina la considerava sua madre. Era davvero molto felice. Cantava tutto il giorno, girando gaiamente per casa o per i boschi che la circondavano, e la sua voce era così melodiosa che gli uccelli si raccoglievano sugli alberi per udirla e incoraggiarla a continuare, cinguettando allegramente ogniqualvolta lei smetteva.
Rossellina eseguiva gioiosamente tutti i lavoretti che la nonna le assegnava, e in occasione delle feste le era permesso indossare un delizioso paio di scarpine di pelle rossa; il dono di suo padre per il suo primo compleanno. Ora, nonostante né lei né suo padre lo sapessero, quelle erano scarpe magiche e crescevano insieme ai suoi piedi. Rossellina era solo una bambina e perciò non sapeva che le scarpe di solito non cambiano. Sua nonna conosceva il segreto delle calzature, ma non lo rivelava, e suo padre era diventato troppo lunatico e troppo assorto nei propri pensieri e affari per notare alcunché.
Un giorno, Rossellina lo ricordava fin troppo bene, lei tornò dalla foresta e scoprì che sua nonna se n’era andata e tre strane donne stavano in casa. Si fermò improvvisamente nel mezzo del suo canto e le sue guance si fecero pallide, perché non le piaceva l’aspetto di quelle estranee.
«Chi siete?» chiese la piccina.
«Sono la tua nuova mamma,» rispose la più vecchia delle tre «e queste sono le mie figliole, le tue nuove sorelle.»
Rossellina tremò di paura. Erano tutte e tre così brute che iniziò a piangere.
Le sue nuove sorelle la rimproverarono e l’avrebbero picchiata se non fosse arrivato suo padre. Egli le parlò gentilmente, dicendole che si era risposato perché si sentiva solo e che la sua matrigna e le sue sorellastre sarebbero state buone con lei. Ma Rossellina la pensava diversamente. Fuggì nella sua cameretta e nascose le scarpine delle quali era tanto orgogliosa.
«Hanno cacciato la mia cara nonnina e ora mi porteranno via le mie belle scarpine» singhiozzò.
Da quel momento, Rossellina non cantò più. Divenne una bambina cupa e una sguattera. Gli uccellini non capivano il motivo. La seguivano per la foresta, ma lei rimaneva silenziosa, come fosse diventata muta, e i suoi occhi sembravano sempre sul punto di versare qualche lacrima. Inoltre, era troppo occupata per notare i suoi amici pennuti.
Doveva raccogliere legna da ardere per la casa, attingere acqua al pozzo e arrancare con i secchi pesanti che le facevano dolere le braccia e la schiena. A volte, poi, le braccia bianche erano peste di lividi, perché le sue crudeli sorellastre non esitavano a picchiarla. Spesso loro si recavano a ricevimenti o balli, e in queste occasioni Rossellina doveva far loro da cameriera e aiutarle a vestirsi. A lei non importava, era felice quando se ne andavano di casa. Solo allora cantava piano fra sé, e gli uccelli andavano ad ascoltarla.
E in questo modo passarono molti anni.
Un giorno, quando suo padre era lontano da casa, le due sorellastre si recarono a un ricevimento nuziale. Dissero a Rossellina di non scordare di attingere acqua al pozzo e la avvertirono che, se lo avesse scordato come l’ultima volta, quando sarebbero tornate l’avrebbero picchiata senza pietà.
Così la ragazza, stanca com’era, uscì nell’oscurità ad attingere acqua. Calò il secchio, ma la corda si ruppe e il recipiente cadde sul fondo del pozzo. Corse a casa e prese un lungo palo uncinato per recuperare il secchio, e mentre lo immergeva in acqua cantò: «Diron diron, diron dello, dammi indietro il mio secchiello.»
Ora, vuole il caso che un genio addormentato dimorasse sul fondo del pozzo. Poteva essere destato solo da un incantesimo, e anche se Rossellina lo ignorava, le sue parole, che aveva udito usare una volta dalla nonna, erano una formula magica.
Il genio si svegliò e fu talmente deliziato da quella dolce voce che decise immediatamente di aiutare la ragazza, che vide guardare in basso nell’acqua. Agganciò il secchio al palo e, prendendo alcuni gioielli da un tesoro di cui era guardiano, li mise dentro.
«Che meraviglia» gridò Rossellina quando vide le gemme luccicanti. «Sono molto più belle di quelle che le mie sorelle hanno indossato per andare al ballo.»
Poi si sedette a pensare per un momento e un’idea brillante si fece strada tra i suoi pensieri.
«Darò questi gioielli alle mie sorelle,» disse «così forse saranno gentili con me.»
Attese impazientemente finché le sorelle tornarono dal ricevimento e immediatamente raccontò loro l’accaduto. Quando loro videro le pietre scintillanti per un attimo furono troppo stordite per parlare. Poi si scambiarono uno sguardo allusivo e le chiesero come le avesse ottenute. Rossellina riferì alle due le parole che aveva cantato.
«Ah, lo immaginavamo» dissero le sorelle, per suo sommo orrore. «I gioielli sono nostri. Li avevamo nascosti nel pozzo per sicurezza. Li hai rubati.»
Rossellina protestò invano, le sue sorelle non l’ascoltarono. La picchiarono duramente, la spedirono a letto e poi, agguantando il secchio, si precipitarono al pozzo. Calarono il secchio e cantarono le stesse parole di Rossellina. O almeno, pensarono di cantare, ma le loro voci erano stridule. Il genio addormentato si destò di nuovo, ma non gradì il suono gracidante delle sorelle.
«Ah ah,» rise «vi insegnerò io a disturbare il mio riposo con questi rumori orribili e punirò il vostro brutto tiro. Eccovi un altri po’ di gracidii» e riempì il secchio di rane e rospi melmosi.
Le sorelle si infuriarono talmente che corsero a casa e trascinarono la povera Rossellina fuori dal letto.
«Gatta morta! Ladra!» urlò una.
«Falsa!» esclamò l’altra. «Vattene. Non puoi restare in questa casa un giorno di più.»
Rossellina fu colta troppo di sorpresa per ribattere alcunché. Era oltraggioso cacciarla dalla casa di suo padre mentre lui era in viaggio, ma pensò che vivendo sola nel bosco sarebbe stata più felice.
Ebbe giusto il tempo di agguantare le sue graziose scarpine rosse, e non appena fu lontana da casa le indossò. La fece sentire meno triste. Il sole stava ora sorgendo e quando i suoi raggi brillarono su di lei, iniziò a cantare. Con i suoi vecchi amici, gli uccelli, che le cinguettavano attorno, si sentì felice. Camminava e camminava, più lontano nella foresta di quanto avesse mai fatto prima. Quando era stanca trovava sempre un piacevole angolino ombroso dove riposare, quando aveva fame c’erano alberi da frutto in abbondanza, e quando era assetata incappava ogni volta in una fonte di limpida acqua fresca. Le scarpine magiche la guidavano. Vagava tutto il giorno, e quando verso sera notava che le sue scarpine erano sporche di fango se le toglieva per pulirle. Poi calò il buio. Iniziò a piovere e lei si spaventò. Si raggomitolò sotto un albero finché avvistò una luce non lontana. Allora si alzò e camminò verso il lume.
Una volta vicina, si avvide che la luce proveniva da una caverna abitata. Una donna anziana ne uscì e le andò incontro. Era sua nonna, ma erano passati così tanti anni che Rossellina non la riconobbe. La nonnina, invece, la conobbe all’istante: «Entra, bimba mia, e riparati dalla pioggia» disse gentilmente, e Rossellina fu ben felice di accettare l’invito.
L’interno della grotta era molto confortevole e Rossellina, che era quasi completamente esausta, presto si addormentò. Si destò di soprassalto.
«Le mie scarpine,» gridò «dove sono?»
Infilò le mani nelle tasche del suo vestito straccio, ma ne trovò solo una.
«Devo aver perduto l’altra,» sospirò «devo uscire e cercarla.»
«No, no» disse la nonnina. «Non puoi. La tempesta infuria.»
Rossellina sbirciò attraverso la porta della cava e arretrò, spaventata dai lampi e il frastuono dei tuoni. Singhiozzò fino ad addormentarsi di nuovo e questa volta venne svegliata da delle voci. Temette che le sorelle avessero scoperto il suo nascondiglio e fossero venute per riportarla a casa con la forza. Così strisciò in un angolo della cava e ascoltò con attenzione.
Un uomo stava parlando.
«Sapete a chi appartiene questa scarpina rossa?» chiedeva. «L’ho trovata nella foresta.»
Rossellina era sul punto di correre fuori per riprendersi la scarpina perduta, quando la voce di sua nonna (alta di proposito, in modo che lei sentisse) la fermò.
«No, no, io non lo so,» ripeté ancora e ancora, e alla fine l’uomo se ne andò.
La nonnina tornò all’interno della cava e disse: «Mi spiace, Rossellina, per quanto io sappia, potrebbe essere stato un messaggero delle tue crudeli sorelle. E, ovviamente, non posso permettere a nessuno di riportarti da loro.»
Il giorno seguente, l’uomo tornò ancora, questa volta con numerosi valletti. Di nuovo, Rossellina si nascose.
«Sono il figlio del capotribù e un uomo benestante,» disse lo straniero. «Devo trovare chi indossava questa scarpina. Solo una fanciulla bella e graziosa può indossare una calzatura così delicata.»
Rossellina non sapeva se essere più spaventata o compiaciuta, quando la nonna le disse che l’uomo era bello e di nobile lignaggio.
Giorno dopo giorno, egli si recò alla grotta con più valletti, e, infine, giunse montando un cammello riccamente bardato, con una scorta di cento uomini tutti in sella come lui.
«La ragazza che cerco è qui» disse. «Non negate oltre. I miei servi hanno perlustrato la foresta e tutti i dintorni. Uno è pronto a giurare di aver udito una giovane fanciulla cantare, ieri.»
Rossellina capì che non era più possibile nascondersi. Le piaceva la voce dell’uomo e uscì coraggiosamente, indossando la sua sola scarpina.
Lo straniero, inchinandosi dinnanzi a lei, le porse l’altra, e Rossellina la prese e l’indossò. Calzava perfettamente.
«Molte ragazze hanno provato a indossare questa scarpa» disse il giovane uomo «ma tutte hanno fallito. Ho giurato di fare della sua proprietaria la mia sposa. Sono il figlio del capotribù e tu sarai una principessa.»
Così Rossellina lasciò la cava con la nonna, e su di un cammello fu condotta attraverso la foresta alla sua nuova dimora dove non conobbe altro che felicità e dimenticò i suoi giorni di dolore. E sempre indossò le magiche scarpine rosse.

Ho tradotto questa fiaba dal libro Jewish fairy tales and legends che potete scaricare gratuitamente qui.

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Il palazzo alla rinfusa

Sara, moglie del patriarca Abramo e grande madre del popolo ebraico, era la donna più bella che sia mai vissuta. Tutti quelli che la vedevano si meravigliavano allo splendore radioso del suo volto; rimanevano incantati davanti alla luce gloriosa che splendeva nei suoi occhi e alla chiarezza straordinaria del suo incarnato. Questo turbò molto Abramo quando fuggì da Canaan in Egitto. Era deconcentrante avere folle di pellegrini che adocchiavano sua moglie come fosse qualcosa di ultraterreno. Inoltre, temeva che gli egiziani prendessero Sara per l’harem del re.
Così, dopo aver meditato a lungo, nascose la moglie in un grande baule. Quando arrivò alla frontiera egiziana, i funzionari della dogana gli chiesero cosa contenesse.
«Orzo» rispose lui.
«Dici così perché il dazio sull’orzo è il più basso,» dissero quelli. «Il baule è sicuramente pieno di frumento.»
«Pagherò il dazio del frumento» disse Abramo, ansioso che non aprissero il baule.
I funzionari si sorpresero, poiché, di regola, la gente cercava di evitare di pagare i dazi.
«Se sei così pronto a pagare la tassa più alta,» dissero «il baule deve contenere qualcosa di maggior valore. Forse ci sono dentro delle spezie.»
Abramo lasciò intendere la sua disponibilità a pagare il dazio sulle spezie.
«Oh oh!» risero i funzionari. «Ecco un tipo strano pronto a pagare il dazio più alto. Deve essere ansioso di nascondere qualcosa. Oro, forse.»
«Pagherò il dazio dell’oro» disse tranquillamente Abramo.
Gli ufficiali rimasero completamente disorientati. «Il nostro dazio più alto» disse il loro capo «è sulle pietre preziose, e dal momento che rifiuti di aprire il baule, dobbiamo chiederti la tassa sulle gemme più costose.»
«La pagherò» disse semplicemente Abramo.
I funzionari non riuscivano davvero a capirlo e, dopo essersi consultati tra loro, decisero che il baule dovesse essere aperto.
«Potrebbe contenere qualcosa di molto pericoloso» osservarono.
Abramo protestò, ma fu arrestato dalle guardie, e il baule aperto con la forza. Quando Sara ne emerse, i funzionari arretrarono ammirati. «In effetti, è un gioiello raro» disse il capo.
Fu deciso immediatamente di spedire Sara dal re. Quando il faraone la vide, ne rimase rapito. Indossava gli umili abiti di una contadina, senza adornamenti o gioielli, e il re pensò di non aver mai incontrato una donna così incantevole. Quando vide Abramo, tuttavia, aggrottò la fronte.
«Chi è quest’uomo?» chiese a Sara.
Temendo potesse venir imprigionato, o peggio condannato a morte, se lo avesse riconosciuto come suo marito, Sara rispose che era suo fratello.
Il faraone ne fu sollevato. Sorrise ad Abramo e lo accolse con gentilezza. «Tua sorella è un piacere per gli occhi,» disse «ha forme sinuose. Mi ha stregato con il suo fascino impareggiabile. Diverrà la favorita del mio harem. Ti ricompenserò bene per la sua perdita. Ti ricoprirò di doni.»
Abramo era troppo saggio per tradire la rabbia che salì nel suo cuore.
«Coraggio, mia amata,» sussurrò a Sara «il buon Dio non ci abbandonerà.»
Finse di accettare la proposta del Faraone, e l’assistente capo del re gli consegnò una grande quantità d’oro, argento e gioielli, e anche di pecore, buoi e cammelli. Abramo fu condotto ad un magnifico palazzo dove molti schiavi si occuparono di lui e gli si chinarono innanzi; poiché colui a cui il monarca dimostrava la sua benevolenza, era l’uomo più grande nella terra del faraone. Rimasto solo, Abramo iniziò a pregare devotamente.
Nel frattempo, Sara fu condotta in un sontuoso appartamento, dove i valletti della stessa regina avevano ricevuto l’ordine di vestirla con in più ricchi indumenti regali. Poi fu portata davanti al faraone, che disimpegnò tutti i presenti.
«Desidero rimanere solo con te» disse il re a Sara. «Ho molto da dirti, e desidero deliziarmi gli occhi su quei lineamenti di rara bellezza.»
Ma Sara lo scrollò via. A lei appariva brutto e ripugnante. Il suo sorriso era un ghigno vizioso e la sua voce suonava come uno stridulo gracchiare.
«Non temere» disse lui, provando a parlare teneramente e con gentilezza. «Non ti farò alcun male. No, ti ricoprirò di onori. Esaudirò ogni richiesta tu faccia.»
«Allora lascia che me ne vada da qui» rispose velocemente Sara. «Non desidero altro che tu mi permetta di andarmene con mio fratello.
«Tu scherzi,» disse il faraone «è impossibile. Farò di te una regina» gridò appassionatamente, muovendosi verso di lei.
«Fermo!» gridò Sara. «Se ti avvicini di un altro passo…»
Il faraone la interruppe ridendo. Minacciare un re gli parve talmente divertente che non riuscì a trattenere una rauca risata. Ma Sara si fece improvvisamente silenziosa. Non stava guardando lui, ma un punto oltre le sue spalle. Il faraone si voltò, ma non osservò nulla. Non vide quanto scorse Sara: una figura, uno spirito, che stringeva un grande bastone.
«Andiamo,» disse il re «non essere sciocca. Non posso arrabbiarmi con una creatura bella come te. No, non è saggio minacciare chi porta una corona.»
Sara non rispose. Non aveva più paura. Sapeva che le sue preghiere e quelle di Abramo erano state accolte e che non le sarebbe accaduto nulla di male. Il faraone fraintese il suo silenzio e avanzò verso di lei. Mentre si avvicinava, però, avvertì un tremendo colpo sul capo. Rimase scioccato per un istante. Riprendendosi guardò attorno alla stanza, ma non vide alcunché. Sara continuava a rimanere immobile.
«Strano,» mormorò il faraone «io… io… pensavo che qualcuno fosse entrato nella camera.»
Si mosse ancora verso Sara e di nuovo ricevette un colpo tremendo, questa volta sulla spalla. Solo con un immane sforzo di volontà riuscì a non piangere di dolore. Concluse di essere stato affetto da qualche improvvisa malattia, ma dopo un momento si sentì meglio e coraggiosamente sorrise a Sara.
«Ho… ho… ricordato una cosa importante» disse, cercando di offrirle qualche spiegazione per essere quasi inciampato in modo così goffo. Si avvicinò a Sara e alzò la mano per toccarla.
«Se poserai un solo dito su di me, sarà la tua fine» esclamò Sara; gli occhi lampeggianti di rabbia.
«Puah!» gridò lui, perdendo la pazienza, e alzando la mano.
Questa volta la clava dello spirito invisibile non lo colpì: scese gentilmente e si fermò delicatamente sul suo braccio teso. Il faraone non poté muoverlo. Si fece pallido e iniziò a tremare.
«Sei una strega?» ansimò infine.
Sara si arrabbiò talmente, nell’udire quell’insulto, che fece un cenno con gli occhi allo spirito, che adoperò energicamente il manganello sulla testa e le spalle del re, facendo esplodere il monarca in ululati di dolore al quanto poco regali.
«Ti scongiuro, perdonami, perdonami» riuscì a gridare. «Non parlavo seriamente. Sono malato, molto malato. Mi dolgono le membra. Il mio braccio è paralizzato.»
Le bastonate cessarono e il faraone riuscì a muovere il braccio. Si contorceva in agonia, pieno di lividi. Fuggì frettolosamente, dicendo che sarebbe tornato l’indomani. Sara si ritrovò rinchiusa nella stanza, ma non venne disturbata oltre.
Il faraone, tuttavia, ebbe ulteriori avventure. Lo spirito era di buon umore e se la spassò per tutta la notte a spese del re. Il sovrano non fece tempo a stendersi sul letto che lo spirito lo rovesciò, mandandolo a gambe all’aria sul pavimento. Ogniqualvolta il faraone provò a stendersi accadde lo stesso. Andò da una stanza all’altra, ma ogni tentativo di riposo fu vano. Ciascun letto lo rifiutò e ogni sedia e poltrona fece altrettanto, anche se quando lui comandò ad altri di stendersi, questi lo fecero comodamente. Provò a coricarsi con uno dei suoi servi, ma mentre quest’ultimo giacque indisturbato, il faraone si ritrovò alzato di peso sopra la testa dell’altro, si capovolse e rotolò per terra.
I suoi dottori non seppero fornirgli rimedio, i suoi maghi (frettolosamente destati dal loro sonno) non azzardarono spiegazione, e il faraone trascorse una terribile notte vagando di stanza in stanza e su e giù per i corridoi, dove gli angoli parevano spostarsi per sbattergli contro e le scale scendere quand’egli voleva salire, e viceversa. Un palazzo così confuso non si era mai visto. Ancor peggio, alle prime luci dell’alba si accorse di essere stato colpito dalla lebbra.
Immediatamente fece chiamare Abramo e gli disse: «Non so chi o cosa tu sia. Tu e tua sorella avete lanciato una piaga su di me. Desideravo farne la mia regina, ma ora ti dico: sbarazzami di questa lebbra e vattene da qui con tua sorella. Ti coprirò di ricchezze, ma vattene, e velocemente.»
Con un gioiello magico che portava al collo, Abramo restituì la salute al faraone, e poi partì con Sara.
Disse queste ultime parole al faraone: «Sara non è mia sorella, ma mia moglie. Ti do questo avvertimento. Se i tuoi discendenti, in qualsiasi momento, tentassero di perseguitare i nostri discendenti, il nostro Dio, il solo Dio dell’universo, punirà ancora il con delle piaghe.»
E molti anni dopo, come si legge nella Bibbia, la profezia si avverò.

Una piccola curiosità: nella fiaba sono riportati i nomi Abramo e Sara, ma in realtà sarebbe stato corretto chiamarli Abram e Sarai. Il noto episodio da cui il racconto prende spunto, infatti, accadde prima che Dio li visitasse, cambiasse i loro nomi, annunciasse la nascita di Isacco e la distruzione di Sodoma e Gomorra.

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La principessa incantata di Ergetz

I

In una grande e bella città che sorgeva accanto al mare, un anziano giaceva in punto di morte. Si chiamava Mar Shalmon ed era l’uomo più ricco della regione. Appoggiato a cuscini su di un letto riccamente decorato in una lussuosa stanza, guardava, con le lacrime agli occhi, il sole tramontare attraverso la finestra aperta. Scendeva come una palla di fuoco sempre più in basso fino ad affondare nelle tranquille acque oltre il porto. Improvvisamente Mar Shalmon si alzò.
«Dov’è mio figlio, Bar Shalmon?» chiese con voce fievole, e la sua mano scivolò tremante lungo il copriletto di seta del letto come alla ricerca di qualcosa.
«Sono qui, padre» rispose suo figlio, che stava in piedi di fianco al letto. I suoi occhi erano umidi di lacrime, ma la sua voce era ferma.
«Figlio mio» disse lentamente il vecchio, con qualche difficoltà. «Sto per lasciare il mondo. Quando il sole sparirà all’orizzonte la mia anima prenderà il volo da questo fragile corpo. Ho vissuto a lungo e accumulato grandi ricchezze che presto saranno tue. Usale bene, come ti ho insegnato, poiché tu, figlio mio, sei un uomo di scienza, come si addice alla nostra nobile fede ebraica. Una sola promessa ti chiedo.»
«Dimmi, padre mio» replicò Bar Shalmon, singhiozzando.
«No, non piangere, figlio mio» disse il vecchio. «Il mio giorno si conclude, la mia vita è stata proficua. Ti risparmierò il dolore che conobbi in gioventù, quando, facendo il mercante racimolai la mia fortuna. Il mare che presto inghiottirà il sole ora è calmo. Ma stai in guardia, figlio mio, poiché è infido. Promettimi, anzi no, giurami che mai lo attraverserai per visitare terre straniere.»
Bar Shalmon mise la sue mani tra quelle di suo padre. «Giuro solennemente,» disse con voce rotta «secondo la tua volontà, di non viaggiare mai per mare, ma di rimanere qui, nella mia terra natia. È un voto che faccio davanti a te, padre mio.»
«Questo è un voto fatto davanti a Dio,» disse il vecchio.«Osservalo, mantienilo, e il cielo ti benedirà. Ricorda! Guarda, il sole scompare.»
Mar Shalmon ricadde sui cuscini e non parlò più. Bar Shalmon rimase in piedi a guardare fuori dalla finestra fino a che il sole saprì, poi, singhiozzando silenziosamente, lasciò quella camera di morte.
L’intera città pianse quando la notizia fu divulgata, poiché Mar Shalmon era un uomo di grande carità, e quasi tutti gli abitanti ne seguirono le spoglie fino alla tomba. Poi Bar Shalmon, suo figlio, prese il suo posto d’onore nella città, e anche in esso, i poveri e i bisognosi trovarono un amico la cui borsa era sempre aperta e il cui consiglio era sempre saggio.
Passarono gli anni.
Un giorno arrivò al porto della città una strana nave da una terra lontana. Il capitano parlava una lingua sconosciuta e Bar Shalmon, essendo un uomo di grande sapere, fu mandato a chiamare. Lui solo in città avrebbe potuto comprendere il linguaggio del capitano. Con sua grande sorpresa, apprese che il carico del vascello era per Mar Shalmon, suo padre.
«Sono il figlio di Mar Shalmon,» disse lui. «Mio padre è morto e mi ha lasciato ogni cosa.»
«Allora, invero, siete l’uomo più fortunato e ricco della Terra» rispose il capitano. «La mia nave è piena di gioielli, pietre preziose e tesori. E sapete, diletto figlio di Mar Shalmon, questo carico non è che una piccola porzione della ricchezza che è vostra nella terra al di là del mare.»
«Che strano» disse sorpreso Bar Shalmon. «Mio padre non me ne aveva mai parlato. So che in gioventù commerciò con terre lontane, ma non accennò mai a possedimenti in quei luoghi. E, per di più, mi diffidò dall’abbandonare questa spiaggia.»
Il capitano parve perplesso. «Non capisco» disse. «Sto compiendo le volontà di mio padre. Era il servo di vostro padre, e a lungo attese che Mar Shalmon tornasse per reclamare le proprie ricchezze. Nel suo letto di morte mi fece giurare di cercare il suo padrone, o il di lui figlio, e così ho fatto.»
Esibì documenti, e non poteva esserci dubbio che l’enorme ricchezza ivi menzionata appartenesse ora a Bar Shalmon.
«Voi ora siete il mio padrone,» disse il capitano «e dovete tornare con me nella terra al di là del mare per reclamare la vostra eredità. L’anno prossimo sarà troppo tardi, poiché secondo la legge del paese verrà espropriata.»
«Non posso tornare con voi» disse Bar Shalmon. «Ho promesso su Dio di non viaggiare mai per mare.»
Il capitano rise. «A dire il vero, come mio padre non comprendeva il vostro, io non comprendo voi» replicò. «Mio padre soleva dire che Mar Shalmon fosse strano e forse non completamente sano di mente, per ignorare la sua fortuna e il suo tesoro.»
Con un gesto brusco Bar Shalmon fermò il capitano, ma rimase turbato. Ricordò che suo padre parlava spesso in modo misterioso di terre straniere, e si chiese, in effetti, se Mar Shalmon fosse stato in sé a non dire mai una parola sulle sue ricchezze all’estero. Per giorni discusse la questione con il capitano, che infine lo persuase a compiere il viaggio.
«Non temete il vostro voto» disse il capitano. «Il vostro degno padre, invero, fu corto di cervello a non nominarvi l’intera sua proprietà, e un giuramento a un uomo pazzo non è vincolante. Questa è la legge nella nostra terra.»
«Anche qui» ribatté Bar Shalmon, e con questa osservazione il suo ultimo scrupolo svanì.
Disse arrivederci a sua moglie, ai suoi figli e amici, e salpò sulla strana nave per la terra al di là del mare.
Per tre giorni le cose andarono bene, ma il quarto la nave era in bonaccia e le vele penzolavano pigre contro l’albero. I marinai non avevano altro da fare che ciondolare sul ponte in attesa di una una brezza e Bar Shalmon approfittò dell’occasione per offrir loro una festa.
Improvvisamente, nel bel mezzo dei festeggiamenti, percepirono la barca iniziare a muoversi. Non c’era vento, ma il vascello sfrecciava veloce. Il capitano stesso si precipitò al timone. Allarmato, trovò il vascello fuori controllo.
«Questa nave è stregata» esclamò. «Non c’è vento, né corrente, eppure veniamo sballottati come prima di una tempesta. Siamo perduti.»
I marinai si fecero prendere dal panico, e Bar Shalmon non fu in grado di calmarli.
«Qualcuno a bordo porta sfortuna,» disse il nostromo, fissando Bar Shalmon «dovremmo gettarlo in mare.»
I suoi compagni assentirono e si avventarono su Bar Shalmon.
Proprio in quel momento, tuttavia, la vedetta di prua gridò eccitato: «Terra a dritta!»
La nave continuò a rifiutarsi di seguire il timone e si arenò su un banco di sabbia. Oscillò da poppa a prua, ma non si ruppe. Non c’era traccia di rocce, solo un desolato tratto di terra desertica, con qualche albero solitario qui e là.
«Non abbiamo riportato Danni,» disse il capitano, riprendendosi dallo stupore «ma come riusciremo a rimetterci in mare non so. Questo luogo è molto strano.»
Non lo trovò segnato in nessuna delle sue carte e mappe, e i marinai guardavano accigliati la spiaggia misteriosa.
«Non sarebbe meglio esplorare la regione?» chiese Bar Shalmon.
«No» esclamò il nostromo eccitato. «Guardate, non c’è alcuna impronta sulla spiaggia. Non è una terra di uomini. Questo è un dominio dei demoni. Saremo perduti, a meno che non gettiamo in mare chi porta sfortuna.»
Disse Bar Shalmon: «Scenderò a terra e darò cinquanta scudi a chiunque verrà con me.»
Anche quando offrì i cinquanta scudi, però, nessuno dei marinai si mosse, e infine Bar Shalmon disse che sarebbe sceso a terra da solo, nonostante il capitano lo pregasse di non farlo.
Bar Shalmon balzò leggero sulla spiaggia e immediatamente la barca vibrò violentemente.
«Cosa vi dicevo?» gridò il nostromo. «È stato Bar Shalmon a portarci questa disgrazia. Ora possiamo tornare in mare.»
Ma la barca rimase salda sulla sabbia. Bar Shalmon raggiunse un albero e si arrampicò. Ritornò qualche istante dopo, tenendo un rametto con la mano.
«La regione si estende per miglia, come potete vedere» disse al capitano. «Non c’è segno d’uomo o abitazione.»
Si accinse a risalire a bordo, ma i marinai non glielo permisero. Il nostromo si erse a prua e lo minacciò con una spada. Bar Shalmon levò il rametto per parare il colpo e centrò la barca che oscillò nuovamente da poppa a prua.
«Non è una prova che il vascello è stregato?» gridarono i marinai; e quando il capitano rammentò loro che Bar Shalmon era il loro padrone, minacciarono anche lui.
Bar Shalmon, divertito dal timore degli uomini, colpì ancora il vascello con il rametto. La barca tremò nuovamente. Il giovane uomo alzò il rametto una terza volta. «Se la nave è stregata,» disse «accadrà qualcosa dopo il terzo colpo.»
“Schhh” frusciò il ramo nell’aria, e il terzo colpo cadde sulla prua del vascello. Qualcosa accadde. La nave quasi balzò dalla sabbia, e prima che Bar Shalmon potesse capire cosa fosse accaduto, già la barca si allontanava a tutta velocità.
«Tornate, tornate» urlò lui, notando in lontananza il capitano lottare con il timone. Ma il vascello si rifiutò di obbedire e Bar Shalmon lo vide rimpicciolire sempre di più, e infine sparire. Era solo in un deserto disabitato.
«Che colpo tremendo per l’uomo più ricco del mondo» disse fra sé, e un attimo dopo capì di essere davvero in pericolo.
Un terribile ruggito lo mise in allerta. Con terrore vide un leone avanzare verso di lui. Veloce come un lampo Bar Shalmon corse all’albero e in gran fretta si arrampicò sui rami. Il leone si lanciò furiosamente contro il tronco dell’albero, ma per il momento, Bar Shalmon era salvo. Tuttavia, si stava facendo notte, e il leone si accovacciò ai piedi dell’albero, evidentemente intenzionato ad aspettarlo. La belva rimase lì per tutta la notte, ruggendo a intervalli, e Bar Shalmon si aggrappò a uno dei rami più alti, pur temendo di addormentarsi, cadere ed essere divorato. All’alba un nuovo pericolo lo minacciò. Un’enorme aquila volava intorno all’albero e si lanciava su di lui con il suo becco crudele. Poi il grande uccello si appollaiò sul ramo più spesso e Bar Shalmon si sporse furtivamente con un coltello che estrasse dalla cintura. Scivolò dietro l’uccello, ma mentre lo avvicinava, il volatile spiegò le sue grandi ali, e Bar Shalmon, per evitare di precipitare, lasciò cadere il coltello e si aggrappò alle penne dell’animale. Immediatamente, per sua disgrazia, l’uccello si alzò dall’albero. Bar Shalmon si strinse al suo dorso con tutta la propria forza.
L’aquila saliva sempre più in alto, finché gli alberi non furono altro che punti sulla terra. Volò rapida oltre miglia e miglia di deserto fino a che Bar Shalmon cominciò sentirsi frastornato. Era debole per la fame e temeva che non sarebbe stato in grado di mantenere la presa. L’uccello volò tutto il giorno senza sosta, per isole e mari. Niente case, battelli, o esseri umani in vista. Verso notte, tuttavia, Bar Shalomn, con immensa gioia, avvistò le luci di una città circondata da alberi, e come l’aquila si avvicinò, lui balzò a terra. Si tuffò a capofitto verso il basso. Gli parve di cadere per ore. Infine colpì un albero. I rami si spezzarono sotto il peso e la forza del suo corpo e lui continuò a precipitare. Le fronde gli lacerarono i vestiti a brandelli e lo ferirono, ma interruppero la sua terribile caduta, e quando infine raggiunse il suolo non era ridotto troppo male.

II

Bar Sharlmon si ritrovò alla periferia della città e cautamente strisciò in avanti. Con suo grande sollievo, vide che la prima costruzione era una sinagoga. La porta, tuttavia, era chiusa. Stanco, dolorante e debole a causa del digiuno, Bar Shalmon cadde sui gradini e singhiozzò come un bambino.
Qualcosa lo toccò sul braccio. Levò lo sguardo. Alla luce della luna vide un ragazzo in piedi davanti a lui. Un giovinetto così strano. Aveva piedi caprini, e il suo mantello, se di questo si trattava, sembrava essere formato da ali.
«Ivri onochi, sono ebreo» disse Bar Shalmon.
«Anch’io» disse il ragazzo. «Seguimi.»
Il giovinetto gli fece strada zoppicando stranamente, e quando raggiunsero la casa sul retro della sinagoga, balzò dal suolo, spiegando il mantello alato, verso una finestra ad almeno venti piedi di altezza. Un attimo dopo una porta si aprì e Bar Shalmon si avvide con sorpresa che il ragazzo era saltato direttamente dalla finestra all’uscio che aveva aperto dall’interno. Il giovinetto gli fece cenno di entrare nella stanza. Egli obbedì. Un uomo anziano, un rabbino, si alzò e lo accolse.
«La pace sia con te» disse il rabbino, indicando una sedia. Batté le mani e immediatamente una tavola imbandita apparve dinnanzi a Bar Shalmon. Questi era troppo affamato per porre domande, e il rabbino rimase in silenzio, mentre lui mangiava. Quando ebbe finito, il rabbino batté le mani e la tavola svanì.
«Ora raccontami la tua storia» disse il rabbino.
Bar Shalmon lo fece. «Ohimè! Sono un uomo infelice» concluse. «Sono stato punito per aver infranto il mio voto. Aiutatemi a tornare a casa mia. Vi ricompenserò bene ed espierò il mio peccato.»
«È una storia davvero triste» disse il rabbino seriamente. «Ma non sai la gravità della tua situazione. Hai idea di che luogo sia questo?»
«No» rispose Bar Shalmon, spaventandosi di nuovo.
«Sappi allora,» disse il rabbino «che non ti trovi in una terra di uomini. Sei caduto a Ergetz, il regno dei demoni, dei geni e delle fate.»
«Ma non eravate ebreo?» chiese stupito Bar Shalmon.
«In realtà,» replicò il rabbino «anche in questo regno abbiamo ogni tipo di religione esattamente come voi mortali.»
«Che sarà di me?» chiese Bar Shalmon in un sussurro.
«Non lo so,» replicò il rabbino. «Sono pochi i mortali che giungono qui e, per la maggior parte, temo siano condannati a morte. Ai demoni non piacciono.»
«Povero, povero me,» si lamentò Bar Shalmon «sono perduto.»
«Non piangere» disse il rabbino. «Io, come ebreo, non amo la morte violenta o per tortura, e tenterò di salvarti.»
«Grazie» pianse Bar Shalmon.
«Aspetta a ringraziarmi» disse gentilmente il rabbino. «Scorre sangue umano nelle mie vene. Il mio bisnonno era un mortale che cadde in questa terra e non fu condannato a morte. Discendendo da un mortale, venni investito rabbino. Forse troverai favore anche tu e ti sarà permesso di vivere e stabilirti in questa terra.»
«Ma io desidero tornare a casa» disse Bar Shalmon.
Il rabbino scosse la testa. «Ora devi dormire» disse.
Passò le mani sopra gli occhi di Bar Shlmon, che cadde in un sonno profondo. Quando si destò era giorno e il ragazzo era accanto al suo giaciglio. Fece cenno a Bar Shalmon di seguirlo, lo condusse attraverso un sotterraneo nella sinagoga e lo mise accanto al rabbino.
«La tua presenza è stata resa nota» sussurrò il rabbino, e mentre parlava si udì un gran brusio. Era come il chiacchiericcio selvaggio di molte voci stridule. Una strana folla si riversò nella sinagoga attraverso le finestre e le porte. C’erano demoni di ogni forma e taglia. Alcuni avevano corpi massicci con ali minuscole, altri teste enormi e piccoli corpi pittoreschi. Taluni possedevano grossi occhi attenti, altri lunghe bocche spalancate, e altri ancora una sola gamba. Circondarono Bar Shalmon di gesti e rumori minacciosi. Il rabbino montò sul pulpito.
«Silenzio» comandò, e immediatamente il brusio cessò. «Voi assetati di sangue umano, non profanate questo edificio sacro di cui io sono il maestro. Quello che avete da dire dovrà attendere dopo la funzione mattutina.»
Pazientemente i presenti aspettarono in silenzio, seduti nei luoghi più strani. Alcuni di loro si appollaiarono sulle spalliere delle panche, altri si posarono sulle colonne come grandi mosche, altri ancora si sedettero sui davanzali, e molti dei più piccoli si appesero alle travi del soffitto. Non appena la funzione terminò, il clamore scoppiò nuovamente.
«Dateci lo spergiuro,» strillarono i demoni «non è adatto a vivere qui.»
Con difficoltà, il rabbino calmò il tumulto, e disse: «Ascoltatemi, demoni e spiriti della terra di Ergetz. Quest’uomo è caduto nelle mie mani, e io ne sono responsabile. Il nostro re Ashmedai deve sapere del suo arrivo. Non dobbiamo condannare un mortale senza dargli possibilità di replica. Chiediamo al re di concedergli un processo.»
Dopo qualche esitazione, i demoni accettarono la proposta, e abbandonarono la sinagoga nello stesso modo in cui erano arrivati. Ciascuno era tenuto ad andarsene dalla stessa porta o finestra per la quale era entrato.
Bar Shalmon venne trascinato al palazzo del re Ashmedai, preceduto e seguito dalla rumorosa folla di demoni e fate. Sembravano milioni, tutti concentrati su di lui. Arrancavano e saltellavano sul terreno, balzavano in aria, zumpavano da un tetto all’altro, apparivano improvvisamente da pertugi nel terreno e sparivano nelle mura.
Il palazzo era un edificio ampio di marmo bianco, delicato come un merletto. Si ergeva su una magnifica piazza dove molte fontane spruzzavano getti di acqua cristallina. Re Ashmedai si affacciò al balcone, e alla sua apparizione tutti i demoni e le fate si azzittirono e inginocchiarono.
«Cosa volete da me?» tuonò il re.
Il rabbino si avvicinò e si inchinò innanzi a sua altezza. «Un mortale, un ebreo, è caduto nelle mie mani,» disse «e i tuoi sudditi bramano il suo sangue. Dicono sia uno spergiuro. Graziosa maestà, chiedo di concedergli un processo.»
«Che sorta di mortale è?» chiese Ashmedai.
Bar Shalmon avanzò di un passo.
«Salta qui, cosicché possa vederti» comandò il re.
«Salta, salta» urlò la folla.
«Non posso» disse Bar Shalmon, guardando il balcone a trenta piedi di altezza.
«Tenta» disse il rabbino.
Bar Shalmon tentò, e, nel momento in cui alzò il piede da terra, si ritrovò sul balcone.
«Ben fatto,» disse il re «vedo che impari in fretta.»
«Così hanno sempre detto i miei insegnanti» replicò Bar Shalmon.
«Ottima risposta» disse il re. «Sei quindi uno studioso?»
«Nella mia terra,» rispose Bar Shalmon «gli uomini dicevano fossi il più grande tra i sapienti.»
«Allora,» disse il re «potresti impartire la saggezza degli uomini e del loro mondo ad altri?»
«Sì» disse Bar Shalmon.
«Vedremo» disse il re. «Ho un figlio che desidera tale conoscenza. Se riuscirai a fargli apprendere il tuo sapere, la tua vita sarà risparmiata. La richiesta di un processo è concessa.»
Il re agitò il suo scettro e due schiavi presero Bar Shalmon a braccetto. Si sollevarono dal balcone e lo portarono velocemente nell’aria. Gli schiavi volarono attraverso la vasta piazza, e una volta sopra la fontana più grande lo lasciarono. Bar Shalmon pensò che sarebbe caduto in acqua, ma con stupore si trovò sul tetto di un edificio. Accanto a lui c’era il rabbino.
«Dove siamo?» chiese Bar Shalmon. «Mi sento strano.»
«Siamo alla Corte di Giustizia, a cento miglia dal palazzo» rispose il rabbino.
Una porta apparve loro dinnanzi. La varcarono e si trovarono in un atrio sontuoso. Tre giudici in tonaca rossa e con ali purpuree sedevano su un palco, e un’immensa folla riempiva le gallerie nello stesso modo bizzarro della sinagoga. Bar Shalmon fu portato su un banco davanti ai giudici. Un minuscolo folletto, non più alto di quindici centimetri, stava su un altro piccolo banco alla sua destra e iniziò a leggere da una pergamena apparentemente infinita. Lesse l’intero resoconto della vita di Bar Shalmon. Nemmeno l’evento più insignificante venne tralasciato.
«L’accusa contro Bar Shalmon, il mortale,» concluse il folletto «è di aver violato il giuramento solenne fatto a suo padre sul letto di morte.»
Allora il rabbino supplicò per lui e dichiarò che il giuramento non era vincolante perché il padre di Bar Shalmon non lo aveva informato dei suoi tesori all’estero e, pertanto, non poteva essere in possesso delle proprie falcoltà. Inoltre, aggiunse, Bar Shalmon era uno studioso e il re desiderava che insegnasse la propria saggezza al principe ereditario.
Il giudice si alzò per pronunciare la sentenza. «Bar Shalmon,» disse «dovresti morire per aver infranto il tuo giuramento. È un grave peccato. Ma c’è il dubbio che tuo padre non fosse completamente cosciente. Pertanto, la tua vita sarà risparmiata.»
Bar Shalmon rese grazie. «Quando potrò tornare a casa?» chiese.
«Mai» rispose il giudice.
Bar Shalmon lasciò la corte, abbattuto. Ora era salvo. I demoni non osavano molestarlo, ma desiderava tornare a casa.
«Come posso andare al palazzo?» chiese al rabbino. «Forse dopo che avrò impartito le mie lezioni al principe ereditario, il re mi consentirà di tornare alla mia terra natia.»
«Questo io non lo so. Vieni, vola con me» disse il rabbino.
«Volare?»
«Sì. Guarda, hai le ali.»
Bar Shalmon si avvide che ora indossava un indumento esattamente uguale a quello di tutti gli altri demoni. Quando allargò le braccia, scoprì di poter volare, e velocemente spiccò il volo verso il palazzo. Con quelle ali, pensò, sarebbe stato in grado di volare a casa.
«Non pensarci,» disse il rabbino, come leggendo i suoi pensieri «poiché le tue ali sono inutili al di là di questa terra.»
Bar Shalmon decise che per il momento sarebbe stato meglio dargli retta e istruire diligentemente il principe ereditario. Il principe si rivelò un allievo capace e i due divennero grandi amici. Re Ashmedai ne fu deliziato e fece di Bar Shalmon uno dei suoi favoriti.
Un giorno il re gli disse: «Lascerò la città per qualche tempo per intraprendere una campagna contro una tribù di demoni ribelli a un migliaio di miglia da qui. Il principe ereditario dovrà venire con me. Ti affido il palazzo.»
Il re gli diede un enorme mazzo di chiavi. «Queste» disse «ti permetteranno di entrare in tutte le mille stanze del palazzo, a eccezione di una. Per quella non c’è chiave, e tu non devi entrarci. Fai attenzione.»
Per molti giorni Bar Shalmon si divertì a ispezionare le centinaia di stanze del vasto palazzo, finché un giorno giunse alla porta per la quale non aveva la chiave. Dimenticò il monito del re e la sua promessa di obbedire.
«Aprite questa porta per me» disse ai suoi servi, ma essi risposero che non potevano.
«Dovete» s’infuriò lui «spalacatela.»
«Non sappiamo come splancare questa porta» dissero loro. «Non siamo mortali. Se ci fosse permesso entrare nella stanza, attraverseremmo le mura.»
Bar Shalmon era incapace di tali prodigi, così spinse con la spalla la porta che cedette facilmente.
Uno strano spettacolo si presentò ai suoi occhi. Una bella donna, la più bella che avesse mai visto, era seduta su di un trono d’oro, circondata da servitori fatati che svanirono nel momento in cui lui entrò.
«E tu chi sei?» chiese Bar Shalmon, molto stupito.
«La figlia del re,» rispose la principessa «e la tua futura moglie.»
«Caspita! Come fai a saperlo» chiese lui.
«Perché hai infranto la promessa fatta a mio padre, il re, di non entrare in questa stanza» rispose lei. «Perciò dovrai morire, a meno che…»
«Dimmi, svelta» la interruppe Bar Shalmon, sbiancando «come posso salvarmi la vita?»
«Devi chiedere a mio padre la mia mano» rispose la principessa. «Solo diventando mio marito potrai salvarti.»
«Ma ho una moglie e un bambino nella mia terra natia» disse Bar Shalmon, molto turbato.
«Ormai non hai speranze di tornare» disse lentamente la principessa. «Ancora una volta hai infranto una promessa. Mi sembra ti succeda spesso.»
Bar Shalmon non desiderava affatto morire, e aspettò tremante il ritorno del re. Come udì Ashmedai avvicinarsi, gli andò incontro e si gettò a terra ai suoi piedi.
«Oh re,» pianse «ho visto vostra figlia, la principessa, e desidero farne la mia sposa.»
«Non posso rifiutartela» replicò il re. «Così recita la nostra legge: chi per primo vede la principessa deve divenire il suo sposo o morire. Ma, presta attenzione, Bar Shalmon. Devi giurare di amarla ed esserle fedele per sempre.»
«Lo giuro» disse Bar Shalmon.
Il matrimonio ebbe luogo con una grande cerimonia. La principessa venne scortata da mille damigelle fatate, e l’intera città fu talmente decorata e illuminata che Bar Shalmon restò quasi accecato da quello spettacolo abbagliante.
Il rabbino celebrò il rito nuziale e Bar Shalmon giurò a parole e per iscritto di amare la principessa e di non lasciarla mai. Gli fu dato come dote un meraviglioso palazzo pieno di gioielli, e la festa per il matrimonio durò sei mesi. Tutte le fate e i demoni invitarono a turno gli sposi, che dovettero presenziare a banchetti, feste e balli in grotte, caverne e nelle profondità delle fontane fatate della piazza. Mai a Ergetz si erano viste celebrazioni più fastose.

III

Passò qualche anno e Bar Shalmon pensava ancora alla sua terra natia. Un giorno la principessa lo trovò che piangeva quietamente.
«Perché sei triste, marito mio?» gli chiese. «Non mi ami più, non sono sempre bella?»
«Non è questo» disse lui, ma a lungo si rifiutò di aggiungere altro. Infine confessò che desiderava intensamente rivedere la sua casa.
«Ma tu sei legato a me da un giuramento» disse la principessa.
«Lo so,» replicò Bar Shalmon «e non lo infrangerò. Permettimi di visitare la mia casa per un po’, e ritornerò e mi dimostrerò più devoto che mai.»
A queste condizioni la principessa acconsentì di lasciarlo andare per un anno. Un enorme demone nero volò rapidamente con lui alla sua città natale.
Bar Shalmon non fece tempo a toccare il suolo che decise di non tornare più nella terra di Ergetz.
«Di’ alla tua signora» disse al demone «che non tornerò mai da lei.»
Si stracciò le vesti per apparire povero, ma sua moglie fu felicissima di vederlo. Lo aveva pianto come fosse morto. Egli non le raccontò le sue avventure, ma le disse soltanto di essere naufragato e di essere tornato facendo il marinaio. Il giovane era felice di essere nuovamente tra gli esseri umani, di udire la sua lingua e vedere solide costruzioni che non apparivano e sparivano a loro piacimento; tanto che, con il passare dei giorni, si convinse che le sue avventure nella terra delle fate non fossero state altro che un sogno.
Nel frattempo, la principessa attese pazientemente fino alla conclusione dell’anno.
Poi mandò il grosso demone nero perché riportasse Bar Shalmon indietro.
Bar Shalmon incontrò il messaggero una notte, camminando nel suo giardino.
«Sono venuto per ricondurti al palazzo» disse il demone.
Bar Shalmon si stupì. Aveva dimenticato che l’anno fosse giunto a termine. Si sentì perduto, ma vedendo che il demone non lo prendeva con la forza, capì che c’era una possibilità di fuga.
«Torna e di’ alla tua signora che rifiuto» disse.
«Ti prenderò con la forza» disse il demone.
«Non puoi,» esclamò Bar Shalmon «sono il genero del re.»
Il demone, impotente, tornò a Ergetz da solo.
Re Ashmedai era furioso, ma la principessa lo pregò di pazientare.
«Troverò un modo per riportare qui mio marito» disse. «Invierò altri messaggeri.»
Fu così che la sera seguente Bar Shalmon trovò una truppa di graziose fate in giardino. Tentarono di tutto per indurlo a ritornare con loro, ma egli non le ascoltò. Ogni giorno arrivò un messaggero diverso: demoni grandi e brutti, avvenenti fate che cercarono di persuaderlo, spiriti fastidiosi e gnomi che non fecero altro che annoiarlo. Bar Shalmon non poteva muoversi senza incontrare i messaggeri della principessa nei posti più bizzarri. Nessun altro poteva vederli e spesso fu udito parlare al nulla. I suoi amici cominciarono a considerarlo strano.
Re Ashmedai si arrabbiava ogni giorno di più, e minacciò di andare a prendere Bar Shalmon egli stesso.
«No, andrò io» disse la principessa. «Gli sarà impossibile resistermi.»
Selezionò un ampio numero di servi, e il volo rapido del seguito provocò un violento temporale che infuriò per le terre che attraversarono. Piombarono sulla terra in cui Bar Shalmon dimorava come una spessa nuvola nera, e i loro strani lamenti risuonarono come il grido selvaggio di un potente uragano. Planarono sottoforma di una tempesta tremenda, come la città non aveva mai conosciuto. Poi, veloce com’era arrivato, il temporale cessò, e la gente che era fuggita nelle case, si arrischiò di nuovo all’esterno.
Il figliolo di Bar Shalmon uscì in giardino, ma velocemente corse di nuovo in casa.
«Padre, esci e vieni a vedere» urlò. «Il giardino è pieno di strane creature portate dal temporale. Ci sono cose viscide e striscianti di ogni tipo: lucertole, rospi e miriadi di insetti. Gli alberi, gli arbusti, i sentieri ne sono coperti, e alcuni brillano nel crepuscolo come minuscole lanterne.»
Bar Shalmon uscì in giardino, ma non trovò rospi e lucertole. Quello che egli vide fu una varietà di demoni, gnomi e spiritelli, e in un rosaio la principessa sua moglie, fulgida come una stella, circondata dalle sue fate. Ella gli tese le braccia.
«Marito mio,» lo pregò «sono venuta per implorarti di ritornare con me alla terra di Ergetz. Mi sei mancato così tanto, a lungo ho aspettato il tuo arrivo, ed è stato difficile placare l’ira di mio padre. Vieni, marito mio, ritorna con me, una grande accoglienza ti attende.»
«Non tornerò» disse Bar Shalmon.
«Uccidetelo, uccidetelo» strillarono i demoni, circondandolo e gesticolando ferocemente.
«No, non lui» comandò la principessa. «Pensaci bene, Bar Shalmon, prima di rispondere ancora. Il sole è tramontato e la notte è sopra di noi. Pensaci bene, fino all’aurora. Vieni da me, ritorna, e tutto andrà bene. Rifiuta, e avrai ciò che meriti. Pensaci bene fino all’aurora.»
«E cosa accadrà all’aurora, se rifiuterò?» chiese Bar Shalmon.
«Vedrai» rispose la principessa. «Rifletti bene e ricorda, aspetterò qui fino all’aurora.»
«Ti ho risposto e ti sfido» disse Bar Shalmon, e andò in casa.
La notte trascorse accompagnata da una strana musica malinconica dal giardino, e il sole si alzò nella sua gloria diffondendo i suoi bagliori dorati sulla città. E con l’arrivo della luce, altri strani suoni destarono la gente del villaggio. Uno spettacolo straordinario incontrò il loro sguardo nella piazza del mercato. Era colma di centinaia e centinaia delle creature più bizzarre che avessero mai visto, folletti e spiritelli, demoni e fate. Piccoli elfi delicati correvano attorno alla piazza per la gioia dei bambini, e spiritelli pittoreschi si arrampicavano sui lampioni e si accovacciavano sugli abbaini della casa del consiglio. Sui gradini di quell’edificio, una varietà di geni e fate scintillanti, e in mezzo a loro stava la principessa; visione abbagliante, radiosa quanto l’alba.
Il sindaco della città non sapeva che fare. Indossò la sua fascia d’ufficio e fece un lungo discorso di benvenuto alla principessa.
«Vi ringrazio per la cordiale accoglienza» replicò la principessa. «Sindaco, buona gente di questa città di mortali, datemi ascolto. Sono la principessa della terra incantata di Ergetz, dove mio padre, Ashmedai, regna come sovrano. C’è uno tra voi che è mio marito.»
«Chi è?» chiese stupita la folla.
«Bar Shalmon è il suo nome,» rispose la principessa «e a lui sono legata da un voto che non dovrebbe essere infranto.»
«È falso» urlò Bar Shalmon dalla folla.
«È vero. Ecco nostro figlio» rispose la principessa, e un mezzo elfo delicato il cui volto era l’immagine di Bar Shalmon avanzò di un passo.
«Mortali,» continuò la principessa «non chiedo che una cosa: giustizia. Quella stessa giustizia che noi nella terra di Ergetz concedemmo a Bar Shalmon quando, dopo aver infranto il giuramento fatto a suo padre, salpò per una terra straniera e cadde nelle nostre mani. Gli risparmiammo la vita, gli garantimmo un processo. Vi domando solo di concedermi la stessa possibilità. Ascoltatemi nella vostra Corte di Giustizia.»
«La tua richiesta è ragionevole, principessa» disse il sindaco «non si dica che qui si rifiuta giustizia a uno straniero. Bar Shalmon, seguimi.»
Il sindaco fece strada fino alla Camera di Giustizia, e i magistrati della città udirono tutto quello che la principessa e i suoi testimoni, tra i quali c’era il rabbino, più Bar Shalmon, ebbero da dire.
«È chiaro» disse il sindaco, leggendo la sentenza «che sua altezza reale, la principessa della terra incatata di Ergetz, ha detto il vero. Ma Bar Shalmon ha in questa città una moglie e figli ai quali è legato da vincoli che non possono essere infranti. Bar Shalmon deve divorziare dalla principessa, ritornare e restituirle la dote ricevuta alle nozze.»
«Se tale è la vostra legge, io sono soddisfatta» disse la principessa.
«Cosa dici, Bar Shalmon?» chiese il sindaco.
«Oh! Sono soddisfatto» rispose burbero lui. «Acconsento a qualsiasi cosa possa sbarazzarmi della principessa demoniaca.»
La principessa, a quelle parole crudeli, arrossì di vergogna e rabbia.
«Non merito questi insulti» esclamò orgogliosa. «Ti ho amato e ti sono stata fedele, Bar Shalmon. Accetto la sentenza delle tue leggi e tornerò vedova alla terra di Ergetz. Non chiedo la tua pietà. Chiedo solo ciò che mi spetta, un ultimo bacio.»
«Molto bene,» disse Bar Shalmon, ancora più burbero «qualsiasi cosa pur di farla finita.»
La principessa avanzò orgogliosa verso di lui e lo baciò sulle labbra.
Bar Shalmon si fece pallido come la morte e sarebbe caduto, se i suoi amici non lo avessero preso.
«Accetta la mia punizione per tutti i tuoi peccati,» gridò altezzosamente la principessa «per i tuoi voti infranti e le tue false promesse. I tuoi spergiuri a Dio, a tuo padre, a mio padre e a me.»
Mentre parlava Bar Shalmon cadde morto ai suoi piedi. A un cenno della principessa, il suo seguito di fate e demoni volò fuori dall’edificio, librandosi nell’aria, con sua altezza in mezzo a loro, e svanì.

Ho tradotto questa fiaba dal libro Jewish fairy tales and legends che potete scaricare gratuitamente qui.

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Il gigante del diluvio

Appena prima che il mondo fosse sommerso tutti gli animali si raccolsero davanti all’arca e Noè li ispezionò accuratamente.
«Tutti quelli di voi che giacciono a terra possono entrare ed essere salvati dal diluvio che sta per distruggere il mondo» disse. «Quelli ritti sulle zampe non possono entrare.»
Poi le varie creature iniziarono a marciare nell’arca. Noè li guardava da vicino. Sembrava preoccupato.
«Mi chiedo,» diceva fra sé «come potrei avere un unicorno, e come potrei condurlo nell’arca.»
«Io posso trovarti un unicorno, padre Noè» tuonò una voce, e voltandosi Noè vide il gigante Og. «Ma dovrai salvare anche me dal diluvio.»
«Vattene» gridò Noè. «Tu sei un demone, non un essere umano. Non voglio avere nulla a che fare con te.»
«Povero me,» piagnucolò il gigante «guarda come mi sto restringendo. Un tempo ero talmente alto da bere l’acqua dalle nuvole e arrostire i pesci con il sole. Non temo di annegare, ma che tutto il cibo venga distrutto e io debba morire di fame.»
Noè, nondimeno, si limitò a sorridere; ma si fece nuovamente serio quando Og gli portò un unicorno. Era grande come una montagna, anche se il gigante disse che era il più piccolo che avesse trovato. Si stese davanti all’arca e Noè capì di doverlo salvare. Per un po’ fu indeciso sul da farsi, ma infine ebbe un’idea. Attaccò l’enorme bestia all’arca con una corda legata al corno, cosicché potesse nuotarle di fianco ed essere nutrita.
Og si sedette su una montagna lì vicina e guardò la pioggia cadere. Scendeva a catinelle, sempre più veloce, finché i fiumi strariparono e le acque iniziarono ad alzarsi rapidamente sulla terreno e spazzarono via ogni cosa. Noè rimase tristemente in piedi davanti alla porta dell’arca finché l’acqua gli raggiunse il collo. Poi scappò all’interno. La porta si chiuse con un tonfo e l’arca si alzò dolcemente sul diluvio, iniziando a dondolare. L’unicorno nuotò di fianco all’imbarcazione, e mentre passava, Og il gigante gli balzò in groppa.
«Vedi, padre Noè» gridò, con una grassa risata. «Dovrai salvarmi, dopotutto. Arrafferò tutto il cibo che getterai per l’unicorno attraverso la finestra.»
Noè vide che era inutile discutere con Og, che, in effetti, avrebbe potuto affondare l’arca con la sua forza tremenda.
«Farò un patto con te» disse allora dalla finestra. «Ti nutrirò, ma devi promettere che sarai un servo dei miei discendenti.»
Og era molto affamato, così accettò la condizione e divorò la sua prima colazione.
La pioggia continuava a rovesciarsi sul mondo oscurando la luce del giorno. Dentro l’arca, però, tutto era luminoso e allegro, poiché Noè aveva raccolto le pietre più preziose della Terra e le aveva utilizzate per fare le finestre. Le loro iridescenze illuminavano tutti e tre i piani dell’arca. Alcuni degli animali erano problematici e Noè non riusciva a dormire. Il leone ebbe un brutto attacco di febbre. In un angolo un uccello dormiva tutto il tempo, era la fenice.
«Destati,» disse Noè un giorno «è ora di mangiare.»
«Grazie» replicò l’uccello. «Ho visto che eri impegnato, così non volevo darti fastidio.»
«Sei un bravo uccello,» disse Noè, commosso «pertanto non morirai mai.»
Un giorno la pioggia cessò, le nuvole si dissiparono e il sole tornò a brillare luminoso. Che mondo strano! Era come un grande oceano. Ovunque non c’era altro che acqua, e solo una o due delle cime delle montagne più alte facevano capolino sopra il diluvio. Tutto il mondo era sommerso e Noè lanciava sguardi colmi di lacrime alla scena desolata da una delle finestre. Og, cavalcando lieto l’unicorno dietro all’arca, era contento.
«Ah ah» rideva gioiosamente. «Potrò mangiare e bere quanto mi pare ora, e non sarò più infastidito da quei minuscoli esserini, i mortali.»
«Non esserne così sicuro» disse Noè. «Quei minuscoli mortali saranno i tuoi signori e sopravivranno alle razze dei giganti e dei demoni.»
Il gigante non gradì questa prospettiva. Sapeva che tutto ciò che Noè profetizzava si avverava, ne fu così arrabbiato che non mangiò per due giorni e prese a rimpicciolire e a dimagrire. Si fece sempre più triste mentre, giorno dopo giorno, l’acqua si ritirava e le montagne iniziarono ad apparire. Infine l’arca si fermò sul monte Ararat e la cavalcata di Og giunse a termine.
«Ti lascerò presto, padre Noè» disse. «Girerò il mondo per vedere cosa è rimasto.»
«Non puoi andare fino a quando non te lo permetterò» disse Noè. «Hai già dimenticato il nostro accordo? Dovrai essere il mio servo. Ho del lavoro per te.»
I giganti non amano lavorare, e Og, che era il padre di tutti i giganti, era particolarmente pigro. Gl’importava solo di mangiare e dormire, ma sapeva di essere in mano a Noè, e versò lacrime amare quando vide la terra apparire nuovamente.
«Fermati» commentò Noè. «Vuoi sommergere il mondo ancora con i tuoi lacrimoni?»
Così Og si accucciò su una montagna, dondolando e piangendo silenziosamente fra sé. Osservò gli animali lasciare l’arca e dovette sbrigare tutto il lavoro pesante, quando i figli di Noè costruirono le loro case. Ogni giorno si lamentava che si stava restringendo alla taglia dei mortali, ma Noè diceva che non c’era molto cibo.
Poi un mattino Noè gli disse: «Vieni con me, Og. Andrò per il mondo. Mi è stato ordinato di piantare frutti e fiori per rendere bella la Terra. Ho bisogno del tuo aiuto.»
Vagarono per molti giorni e Og fu costretto a portare il pesante sacco dei semi. Per ultima Noè piantò una vite.
«Cos’è questo, un alimento o una bevanda?» chiese Og.
«Entrambe» rispose Noè. «Si può mangiare, o il suo succo può diventare vino.» E mentre la piantava, benedì la vite. «Vedi?» disse. «Una pianta piacevole alla vista, dà frutti che saranno cibo per gli affamati e una bevanda salutare per gli assetati e i malati.»
Og grugnì. «Offrirò un sacrificio a questo frutto meraviglioso» disse. «Come non potrei, ora che il nostro lavoro è concluso?»
Noè fu d’accordo e il gigante portò una pecora, un leone, un maiale e una scimmia. Per prima, macellò la pecora, poi il leone.
«Basteranno poche gocce di vino,» disse Noè «perché un uomo sia inoffensivo come una pecora. Quando ne berrà un po’ di più, diverrà forte come un leone.»
Poi Og iniziò a ballare attorno alla pianta e uccise il maiale e la scimmia. Noè ne fu molto sorpreso.
«Donerò ai tuoi discendenti due benedizioni aggiuntive» ridacchiò Og.
Si rotolò ancora e ancora nel terreno con grande allegria, poi disse: «Quando l’uomo berrà troppo succo di vino, diverrà una bestia come il maiale, e se poi continuerà a bere, si atteggerà scioccamente come la scimmia.»
E questa è la ragione per cui, ancora oggi, troppo vino rende l’uomo sciocco.
Og stesso beveva troppo, e molti anni dopo, quando fu servo di Abramo, quest’ultimo lo rimproverò, spaventandolo talmente da fargli perdere un dente. Con il dente, Abramo si costruì una sedia d’avorio. In seguito Og divenne re di Basan, ma dimenticò il suo accordo con Noè e, invece di aiutare gli israeliti a conquistare Canaan, li contrastò.
«Li ucciderò tutti in un colpo» dichiarò.
Con la sua forza prodigiosa svelse una montagna, e portandosela in alto sopra la testa, si preparò a lasciarla cadere sul campo degli Israeliti per schiacciarlo.
Ma una cosa meravigliosa accadde. La montagna era piena di cavallette e formiche che avevano scavato milioni di piccoli buchi. Quando re Og levò il grande masso, questo si sgretolò nelle sue mani e gli cadde sulla testa, attorno al collo come una collare. Lui cercò di toglierselo, ma i suoi denti si impigliarono nella roccia. Mentre saltellava di rabbia e dolore, Mosè, il capo degli israeliti, lo avvicinò.
Mosè era un uomo minuscolo rispetto a Og. Non era alto che dieci cubiti, e portava con sé una spada della stessa misura. Con immenso sforzo balzò in aria dieci cubiti, e alzando la spada, riuscì a colpire il gigante alla caviglia, ferendolo mortalmente.
In questo modo, dopo molti anni, il terribile gigante del diluvio perì per non aver mantenuto la propria parola a Noè.

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