Tag

, , , , , , ,

Da pagina 18:
Il prete non dice nulla. Avrà senz’altro capito. Perdona gli assassini, i ladri, gli stupratori e i pedofili pentiti, figuriamoci se vorrà prendersela con un povero cameriere alle prime armi.
«Roscio, vieni a vedere cos’ha combinato il tuo ragazzo!»
Allora hai passato una vita intera a mentire, maledetto prete. Peggio dei tuoi peccatori. Non sei compassionevole, non sei d’animo buono. Pensi solo a mangiare e a riempire quella tua sacca ingorda. Ma al Roscio cosa può fregargliene? A lui interessa solo che alla prossima festa tornerai a inzepparti qua e non altrove, con tutta la tua ridicola banda di vecchi cantori dietro.

Da pagina 31:
Mi sembra di averlo già visto. Come mi sembra di aver già visto milioni di persone tutte così uguali, tutte replicanti di se stesse. Madre Natura quando non ha voglia di sbizzarrirsi produce simil esseri umani, simil originali, fotocopiati, e per non farsi beccare li siringa nei vari uteri sparsi per il globo a distanza di sicurezza l’uno dall’altro, senza sapere che spesso le coincidenze percorrono strade tanto imprevedibili da provocare agghiaccianti incontri specchio a specchio.

Da pagina 31:
«Come mai hai deciso di candidarti per questo posto?»
Mi sembra il provino del Grande Fratello. Cosa dovrei rispondere? Che ho una passione per i supermercati. Che quando entro in un supermercato mi sento a casa. Che il mio sogno è sempre stato quello di passare in cassa codici di biscotti digestivi, sabbietta per far cagare il gatto tra nuove incredibili profumazioni, pannolini per incontinenti. Che tremo commosso all’idea di poter dare il resto dalle otto meno cinque alle venti e quindici, finché l’ultimo cliente rompicoglioni non decide di andarsene.
«Perché ho bisogno di lavorare, e di un posto serio».
Non è vero. Voglio solo soldi.

Da pagina 68:
Non ho più paura quando torno di notte, ma sento il silenzio delle distanze, per quanto brevi, che mi logora. E allora mi dispiace che famiglie prima legate da un filo – vero o finto che sia, di nylon o di seta – riescano a perdersi, riservandosi solo cordiali saluti in discussioni innaturali, cene obbligate e incontri sporadici per festività da calendario. Un filo che i chilometri spezzano con facilità.

Da pagina 112:
Uno scioglilingua. Attenzione attenzione! Mai fermarsi alle apparenze. Sonia ha avuto l’intuizione. Incredibile colpo di fortuna, o davvero smisurata applicazione? Nessuna certezza, silenzio stampa. Attendiamo un istante per veder cosa Sonia canta. Se davvero ha capito dove l’inghippo si cela, o se il suo è stato solo uno sparlar di barca impazzita senza vela. Il vento forte la fa rimbombare. Quello cattivo, che trascina sull’asfalto, come un coriandolo a carnevale. Che vola per la città e non sa più dov’è. Può urlare, farfugliare, e ha paura perché il suo errare non è guidato da mano pensante, ma solo dal caso che, di lui, non può che sbattersene altamente.
Sonia, sento che ci sei. Non è a vanvera il tuo parlare, o il vento forte che ti fa gridare. Sonia intuitiva, intuizione intellettiva, culo di intuizione. Hai solo intuito un’intuizione. Senza comprender la tua arguzia, continui a chiederti qual è la soluzione, a quel dilemma di Lauro e Birra, ma alcuna furbizia.

Da pagina 126:
Dormi ora. Non è salutare aspettare sveglia che passi la notte. Potresti lasciarti rapire da pensieri poco carini, che non esiterebbero a ricordarti quanto sei ridicola. Potresti dar loro ascolto e sentirti allora molto male. La verità è una lama che ferisce se non sai specchiartici con intelligenza.

Da pagina 143:
Esiste una differenza colossale tra capire e aspettare. Non mi ritrovo a comprendere solo chi è simile a me. Capire a volte è un modo per scacciare. Per tagliare corto. Perché non ho tempo. Ti capisco, ma ora proprio non posso, scusa.
[…]
Invece per te Andrea ci sono sempre
[…]
Però ti aspetto, capisci? Posso farlo in silenzio, anche senza che tu te ne accorga. Senza dirtelo, e senza farlo sapere a nessuno. Aspettare è dimostrare, e va oltre le ore, i giorni e gli anni. Va oltre perché vive del ricordo di quell’anima, sfrattata da qualunque indirizzo ufficiale, che vaga nell’immaginario di chi la vorrebbe accanto e invece non sa dov’è né quando tornerà. Eppure resta fedele a una promessa muta, quella di aspettare, a costo di morire prima di rivederla.

Da pagina 167:
Alfredo sa cos’è la depressione perché condividono la stessa casa. Eppure ride sempre. Ride a crepapelle a una battuta stupida. Ride di facciata. Non c’è modo di scansare la verità se non sotterrandola sotto quintali di risate corazzate. Alfredo con il suo buon umore galoppante, tanto estremo da apparire stupido. Sembra stupido uno che ride sempre. E che tutte le mattine piange seduto sul cesso, perché è iniziata una giornata nuova che non può che essere come tutte le altre. Perché la vita a meno di trent’anni gli fa già schifo. Piange perché deve lavorare se vuole mandare avanti la famiglia. Lui e sua madre. Una famiglia che fa pietà a lui, e a tutti. Eppure non può accomodarsi a terra e dire: «Ok. Per me basta così».

Da pagina 168:
È una lotta a perdere quella del buono. Non può difendersi perché sceglie di rinunciare a qualunque manovra preveda gesti scaltri, che feriscono. Sceglie la via dell’onestà non per sua volontà, e non sa che non avrà mai giustizia. Ma prima o poi le cose cambieranno, qualcuno si accorgerà di lui, del suo incedere retto e morale. Nel frattempo continuerà a svegliarsi nell’illusione che quella sia una giornata diversa, prima di ritrovarsi sulla ceramica bianca del cesso freddo a piangere.