Da pagina 55:
Espormi davanti a lei mi aveva ricordato gli spettacoli di fine anno delle elementari, perché sentirsi desiderati è come stare in scena. Sono convinto che una parte di noi è sempre alla ricerca di un pubblico, sempre pronta ad alzare il sipario per esibirsi, cercando con ogni trucco la gratificazione degli applausi. Riflettendo su quella serata trovai anche qualche spiegazione al mio lavoro, con cui sono in continuo conflitto. No, non mi sono mai occupato di pornografia o di erotismo. Scrivo, scrivevo prima del ricovero, per alcuni politici di secondo piano tanto occupati da non avere tempo di preparare gli interventi, i saluti alle associazioni, ai convegni, nelle parrocchie, nelle riunioni in genere cui dovevano partecipare.
[…]
Avevano bisogno di pubblico, anche loro. Volevano apprezzamenti, ammirazione, applausi. Per essere riconfermati nel loro incarico? Non ho mai creduto che qualche frase in più producesse un effetto diverso da un normalissimo sono contento di essere qui fra voi:, buon lavoro a tutti. Il movente era fare teatro. La scena. Il brivido dei riflettori. Il monologo. Un bisogno antico, sostitutivo di sopraffazioni più trucide, elaborato nei secoli sino a trasformarsi in affermazioni di sé simboliche, gentili, beneducate. Come quando si impone al primo che chiede come stai un dettagliato resoconto dei nostri malesseri e malumori. Siamo sempre lì, pronti col nostro repertorio. Appena qualcuno ci dedica un minimo di interesse lo facciamo accomodare in platea. Su il sipario, e la recita comincia. Ho scoperto quanto può diventare pericoloso il bisogno del pubblico. Per esempio, se i soli ammiratori a disposizione sono di infimo livello, tanto scadenti da costringere ad esibizioni volgari per compiacerli. Giorno dopo giorno, i nostri cedimenti al cattivo gusto ci trasformano sino a renderci simili a chi ci applaude. La dignità, in gran parte, sta nella qualità del pubblico a cui ci rivolgiamo. L’ideale sarebbe esibirsi soltanto davanti ad intenditori esigenti, pronti a negarci il consenso se scivoliamo sull’ovvio o tentiamo di barare, un pubblico sobrio nell’assentire, gelido nel disapprovare: né fischi né applausi, ma uno sguardo autorevole per stimolarci a dare il meglio, o almeno per evitarci le più disastrose cadute di stile.
Da pagina 58:
Prima di perderla lui cercò, nonostante la sua passione esclusiva, di continuare a svolgere il ruolo con dignità. I discorsi preparati in quel periodo li leggeva dall’inizio alla fine senza più aggiungere le sue citazioni. Non arrossiva più come prima perché il rossore sovrapposto all’abbronzatura era ormai divenuto il colore abituale della sua faccia. Eccedeva però sgradevolmente con l’acqua di colonia. Ancora impeccabile, ogni tanto indossava cravatte chiassose, probabili regali di poco prezzo e di cattivo gusto, incompatibili con i suoi doppiopetto scuri.
Del pubblico non gli importava più niente. Ora era lui il pubblico. Non si vestiva per fare spettacolo, ma per andare a teatro, per andare a vedere lei. Quando si è innamorati, lo spettacolo di chi si ama è tanto importante da sospendere tutte le repliche del proprio per correre ad applaudire in prima fila.
Da pagina 63:
La presenza di chi ci desidera può divenire ingombrante, invadere il nostro territorio, opprimere. La sola persona pronta a dedicarci un’attenzione esclusiva, il pubblico più appassionato proprio per eccesso di desiderio mostra una vulnerabilità che può persino renderci crudeli.
Da pagina 87:
Le cose belle terminavano. Sempre. Durante una visita per un’influenza stagionale il medico, loquace collezionista d’arte e poeta dilettante, alle domande di mia madre risponde: “Non si preoccupi, tra un paio di giorni starà meglio di prima. Le malattie seguono le grandi leggi della vita. Tutto quello che comincia finisce.”
Aiutato dallo stato febbrile, dedussi: se tutto quello che comincia finisce, le cose che non cominciano mai sono eterne. Fino a quando il termometro non scese a 37 gradi pensai di aver trovato la soluzione ai miei problemi. Avevo sfiorato la consapevolezza buddista dell’impermanenza. A guarigione avvenuta pensai che se le cose non iniziano non sono eterne, ma inesistenti. Inoltre gli inizi non dipendono quasi mai da noi. Basta nascere e ci si trova coinvolti in un mondo già cominciato: la città, il quartiere, i genitori, la casa, la cucina, il cane, le piante grasse sul terrazzo. E in nostro potere soltanto cercare di non legarsi troppo alle persone, agli animali, agli oggetti, alle trasmissioni di Corrado, ai film della domenica, per sentirne un po’ meno la mancanza nel momento di doversene separare, perché nella vita
gli addii sono inevitabili.
Da pagina 93:
Da quella volta scoprii di ritrarmi istintivamente dalle persone nel momento in cui stavo per perderle. Il tutto avveniva come per caso. Non era il risultato di un calcolo, ma in prossimità della morte di qualcuno, anche se del tutto imprevista, trovavo mille pretesti per non incontralo, come se fossi guidato da una logica inconscia, lucida e misteriosa. Era impossibile impedire alle cose di cominciare perché nulla avesse mai fine — delirio di un giorno di febbre dell’adolescenza — ma potevo almeno sottrarmi al loro declino. L’arte di vivere è imparare ad attraversare la foresta degli addii? Goffa frase scritta con la supponenza degli adolescenti. Dalle eventuali foreste degli addii basta starsene lontani, con l’arido disincanto degli adulti.
Da pagina 106:
Seduto su quella panca non ero riuscito a trovare alternative al mio destino impiegatizio. Dovevo conviverci. Avrei puntato tutto sul tempo libero. La sola soluzione era nel gestire Due Vite completamente separate fra loro: quella del lavoro e l’altra, oltre la prigione degli impegni d’ufficio. Dopo i sogni dell’adolescenza, questa divisione non è una legge uguale per tutti?
No, non per tutti.
[…]
Il tempo libero per la maggioranza delle persone faceva parte della loro vita: una sola vita, tragica o tranquilla, soddisfacente o malandata. A me serviva per mutare identità. Andare altrove ed essere un altro.
Da pagina 109:
In quei momenti ammirati o vissuti, e in molti altri non innumerevoli anche se più segreti, ho potuto pensare: ecco, finalmente non devo fingere neppure con me stesso, quello che provo è tutto vero e non c’è bisogno d’altro.
Sconfitta la continua percezione della mancanza, la nostalgia del presente: si sta dove si vorrebbe e con chi si vorrebbe, sta accadendo proprio la cosa desiderata, eppure ci si sente come quando si seguono le evoluzioni degli acrobati. Se non afferrano il trapezio in tempo? Se la rete non li sostiene? Feste della vita vissute come sul bordo di un precipizio.
Invece in quegli istanti prodigiosi si dimentica l’ansia, si smette di confrontare quello che ci sta capitando con la versione ideale dello stesso evento. Non ti offendere, ma in quei momenti non si avverte più il bisogno di Te. La perfezione non è di questo mondo? Sbagliato: due o tre volte può capitare di incontrarla anche se dopo non si sa come tornare a collegarsi con quella energia capace di mettere in fuga le paure note e ignote, e farci volare liberi tra un trapezio e l’altro sotto il tendone del circo.
Da pagina 109 e 110:
Da un po’ di tempo si era fatta visibile dovunque la predominanza dei ragazzi. Avevano vinto loro. La rivoluzione intravista sotto i portici cli piazza della Repubblica non aveva rovesciato il potere, né instaurato dittature del proletariato, ma nessuno avrebbe più avuto successo nei salotti televisivi sostenendo che i giovani hanno un solo dovere, quello di invecchiare. Adesso era vero il contrario.
Gli adulti cominciavano a fare di tutto per rimanere giovani il più a lungo possibile. Palestra, abbronzatura, l’introduzione patetica dei vezzi linguistici giovanili: sfiga e sfigato, vibra e sballo, sino ai tremendi wow più contagiosi degli sbadigli. Ma il segno più evidente di un cambio di costume definitivo era il tramonto del modello maschile tradizionale di abbigliamento. I ragazzi non vestivano più come i padri e spesso erano i padri a copiare le marche dei jeans dei figli per il loro guardaroba sportivo. Ci sedemmo in mezzo ai loro tavoli allegri, consapevoli di essere una minoranza anagrafica. Nessuno si interessò al nostro arrivo.
Nora osservò: “Per loro non esistiamo proprio.”
Non ci temevano come le generazioni precedenti. Non erano più in guerra con noi come fino a qualche anno prima. Ci consideravano estranei poco interessanti. Si era evoluto così il loro rapporto con il mondo adulto.
Ignorandoci, continuavano a salutarsi e ad abbracciarsi fra loro. L’abbraccio: altra novità. Fine della stretta di mano. Il ciao continuava ad essere un saluto veloce, ma a distanza ravvicinata dovevano sconfinare ciascuno nel territorio dell’altro, stringersi almeno per qualche momento accogliendo in amicizia la consistenza e gli odori dell’altro. I tavoli erano appena illuminati dal neon dell’interno del bar e dalla luna di luglio. Per qualche sovrapposizione di riverberi la pelle di quelli più vicini a noi, rivelata da abbigliamenti estivi e sommari, sembrava emanare un chiarore azzurrino. So con dolorosa esattezza anche le parole pensate in quel momento: adesso vado a rincorrere la mia giovinezza e la porto qui, in mezzo a loro.
Da pagina 116 e 117:
Tu dovresti aver capito, se appena esisti e se hai ancora un qualche rapporto con noi, perché proprio ora sono invaso (il verbo giusto è proprio questo: invadere) da questi pensieri. Dietro c’è una domanda che inutilmente cerco di eludere: cosa mi sono perso?
Se per caso la motosega* del piano di sopra sbaglia qualcosa, se il mio finale è questo, ho trascurato davvero la parte migliore della vita?
Non dovrei occuparmene adesso che, anche se lassù andrà tutto bene, mi avvio verso una stagione in cui le feste della carne saranno compromesse per sempre. Nessuno crede davvero alla propria morte, qui in clinica ho appreso dagli altri malati che si crede poco anche alla vecchiaia. A! massimo si pensa: ci si stancherà di più però si faranno le stesse cose, forse più lentamente. Non è vero. Bisogna conso1arsi con progetti probabili cui dedicarsi, non con balorde illusioni. Ci sono cose che non si faranno più e ce ne sono altre da fare per la prima volta; per esempio guardare la vita smettere di agitarsi per costringere la
La vita a guardare noi.
*Il protagonista si riferisce a un qualche rumore dell’ospedale in cui è ricoverato.